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nataliamenotti

GUARDARE LONTANO PER STARE BENE

Potrebbe essere una frase valida in ogni ambito della vita. Ci avete mai pensato?

Quante volte ci è capitato di sentirci afflitti per dei problemi che credevamo insormontabili, ma poi, guardandoli più da lontano (o guardando proprio oltre), ci siamo sentiti sollevati?

Stessa cosa vale per ogni “inizio”: quando iniziamo un nuovo lavoro, un nuovo percorso di studi o una nuova esperienza, spesso ci sentiamo presi dall’ansia se ci fermiamo a guardare le cose sul breve termine: dobbiamo guardare lontano, dobbiamo guardare la meta per riuscire ad avere la forza e la motivazione di muovere i primi passi.

Da 1 anno a questa parte sto spostando tutte le mie energie lavorative sulla fotografia, ma fotografo da tantissimi anni.

Sono una fotografa e solo ieri, dopo l’evento “Incontriamo l’oculista” della Fondazione Salmoiraghi & Viganò, ho riflettuto su quanto fosse importante per me l’atto di guardare.

PS: Ho partecipato al secondo di un ciclo di incontri che durano per tutto il mese di ottobre. Puoi trovare maggiori informazioni sul mio precedente articolo e puoi iscriverti ai restanti eventi al seguente link

Ci sono tante, tantissime piccole cose quotidiane che diamo per scontate perchè le viviamo ogni giorno con il pilota automatico senza porci l’attenzione. Sono quelle cose che rendono bella la nostra vita: la possibilità di muoverci liberamente, la possibilità di assaporare cibi che ci piacciono, la possibilità di ascoltare parole e suoni senza impedimenti.. e la possibilità di guardare in modo vivido e consapevole tutto quello che ci circonda.

Buona parte della qualità del mio lavoro si basa su come io riesco a guardare gli oggetti, le persone, e ciò che le circonda. Posso dire che la vista è uno dei 5 sensi più importanti, almeno per me (insomma potrei fare ugualmente foto belle anche se non sentissi i sapori dei cibi… o forse farei foto più tristi, chissà).

Mi sono sentita veramente grata di godere di un’ottima vista dopo aver riflettuto per qualche istante su come sarebbe la mia vita se non ci vedessi bene! 

Dopo aver partecipato all’evento mi sono resa conto che, inconsapevolmente, ho sempre messo in atto tecniche di “igiene visiva” che hanno contribuito alla mia ottima vista.

Partecipare all’incontro della Fondazione Salmoiraghi e Viganò è stata un’esperienza interessante e stimolante. Gli ospiti erano il prof. Giovanni Alessio, Medico Oculista, Direttore del reparto di Oftalmologia del Policlinico di Bari, il Prof. Francesco Boscia, Medico Oculista, Professore Ordinario malattie dell’apparato visivo Università di Bari e la Dott.ssa Maria Carmela Costa, Medico Oculista, Responsabile del centro di ipovisione e riabilitazione visiva dell’Ospedale Vito Fazzi di Lecce.

Dico stimolante perchè con un linguaggio estremamente semplice e accessibile a chiunque, si sono affrontati i temi complessi come quello dei disturbi visivi e della loro prevenzione.

Un breve riassunto

Per prima cosa si è parlato di come viene svolta un’anamnesi oculistica, quali sono gli esami diagnostici principali, quali sono i deficit visivi più comuni che però non vengono corretti, quali sono le malattie principali che possono essere prevenute con delle semplici visite oculistiche, come è fatto l’occhio soffermandosi poi su come è fatta la cornea e dei principali disturbi a carico di questa parte dell’occhio, si è parlato di affaticamento visivo e di come alleviarlo, si è parlato di igiene visiva e infine dell’importanza dell’utilizzo di lenti idonee ai propri bisogni qualora ci fosse la necessità.

Cosa mi ha colpita maggiormente

Prima cosa interessante – una valutazione sistemica

Anche in ambito oculistico si tende ad avere sempre più un approccio biopsicosociale. Che vuol dire? In parole semplici: si considera un malfunzionamento biologico (aka “malattia” – che sia dello stomaco, della testa, del cuore, dei polmoni o in questo caso degli occhi), non solo come uno sterile malfunzionamento, ma viene contestualizzato in una situazione più ampia che tiene conto di come questo impatti sulla psiche dell’individuo e sul contesto sociale in cui si trova (e quindi sulla qualità della vita in generale). 

Sembra una banalità, ma fino a non molti anni fa non lo era! Probabilmente è anche per questo motivo che sempre più figure professionali hanno iniziato a parlare di prevenzione!

Seconda cosa interessante – la regola del 20 20 2

Qui si parla di igiene visiva, probabilmente la miglior forma di prevenzione per tanti disturbi come la miopia, l’affaticamento visivo e la secchezza oculare.

È una cosa semplicissima: dopo ogni 20 minuti di lavoro al pc/tablet/smartphone/quaderno/libro, si prendono 20 secondi di pausa nei quali si guarda qualche oggetto molto distante da noi. Il 2 sta per 2 ore consigliate all’aperto dove lo sguardo può spaziare “verso l’infinito e oltre” (e insieme a lui magari anche i pensieri e la fantasia).

È il consiglio che mi ha colpita maggiormente, tanto da influenzare il titolo di questo post.

Ti racconto una cosa: la maggior parte della vita l’ho trascorsa in una piccola città in provincia di Torino dove quello che l’occhio vede maggiormente è ciò che stai vedendo nella foto in cima a questo post. Qualche anno fa, per motivi universitari, mi sono trasferita a Torino. Di quel periodo ho dei bei ricordi, ma anche una sensazione spiacevole (l’unica) che mi ha accompagnata per tutta la durata del tempo: quello che i miei occhi vedevano era tutto molto vicino! Quando uscivo la cosa più lontana che riuscivo a vedere era il palazzo di fronte a me che, se andava bene, si trovava ad una quindicina di metri. Un po’ un trauma per una persona abituata a vedere l’orizzonte che si perde.
Probabilmente una persona nata e cresciuta in una grande città nemmeno ci fa caso, e nemmeno può pensare che una cosa del genere crei disagio ad un essere umano.

Però un pochino di disagio alla vista lo crea: evolutivamente parlando non siamo nati per fissare per tante ore di fila schermi o oggetti piccoli davanti a noi. Questo stile di vita è molto recente su scala temporale e probabilmente i nostri occhi non si sono ancora adattati a questa cosa: siamo nati per guardare lontano, per una questione di sopravvivenza (e ai giorni nostri per una questione di salute).

Ma ritorniamo on point.

Cosa può fare un oculista per te

Beh, se hai dei disturbi può far sì che questi non peggiorino, può migliorarli o può darti dei consigli in modo tale che questi disturbi non ti creino grossi disagi nella vita quotidiana (della serie “se non puoi curarlo, puoi gestirlo”).

Se non hai dei disturbi è semplice: l’oculista ti può consigliare come mantenere in salute i tuoi occhi, controllare che sia tutto a posto e magari trovare sul nascere dei disturbi che sono facilmente gestibili.

Ti ricordo di visitare il sito della Fondazione Salmoiraghi e Viganò al seguente indirizzo: www.fondazionesalmoiraghievigano.it

E ti ricordo il link per iscriverti ai restanti eventi.

DALL’OCULISTA CI VAI ANCHE PER PREVENIRE

Si, lo so, non ci avevi mai riflettuto (e nemmeno io fino a poco fa), ma dall’oculista ci puoi andare anche per prevenire i disturbi della vista, non solo per curarli. 

Non ci avevo mai pensato nemmeno io, per questo mi ha subito colpita questa iniziativa della Fondazione Salmoiraghi & Viganò. 

Di cosa si tratta? 

La Fondazione Salmoiraghi & Viganò, con il patrocinio della Società Oftalmologica Italiana (SOI), durante il mese di ottobre promuove una serie di incontri digitali dedicati alla prevenzione visiva. 

Nello specifico, “Incontriamo l’oculista” è un’iniziativa volta a sensibilizzare in tema di prevenzione e corretta informazione noi “comuni mortali” che, a meno che non abbiamo una storia pregressa di malattie visive in famiglia, di prevenzione sotto questo punto di vista ci interessiamo ben poco. 

Lo sapevi che più dell’80% dei deficit visivi può essere prevenuto? 

Onestamente io no. E sono una che la parola “prevenzione” la usa quotidianamente e più volte al giorno: è un tema che mi sta molto a cuore, tanto da farlo diventare il focus della mia tesi per il master in psicologia dello sport (ma qui sto divagando, magari te ne parlerò più avanti). 

Torniamo agli incontri, quando e dove saranno? 

Iniziamo dal DOVE

Si svolgeranno tra le città di Roma, Bari, Padova e Milano. Ma nessun problema: sono aperti a tutti e si potranno seguire in streaming. 

Ti dovrai semplicemente iscrivere al seguente LINK

Arriviamo al QUANDO: 

– 8 ottobre, tema: prevenzione adulto e bambino 

– 9 ottobre, tema: prevenzione adulto con focus sulle malattie corneali 

– 16 ottobre, tema: prevenzione del bambino 

– 23 ottobre, tema: prevenzione del glaucoma 

– 30 ottobre, tema: le malattie retiniche 

Durante gli incontri si potranno ascoltare i consigli e i confronti tra alcuni dei più autorevoli Specialisti italiani del settore “vista”, e in aggiunta ci saranno giornalisti e blogger (tra cui la sottoscritta), con lo scopo di unire la voce degli esperti con il mondo dei cittadini, porgendo ai medici delle domande e generando un dibattito costruttivo volto a creare nuove conoscenze.

Io sarò presente il 9 ottobre e in questi giorni sto raccogliendo tutte le vostre domande da porre ai medici, quindi ti invito a contattarmi se hai dei dubbi, perplessità, incertezze o curiosità. 

Sarò felice di metterle insieme e non appena avrò le risposte condividerle! 

Nel frattempo ti invito a visitare il sito della Fondazione Salmoiraghi & Viganò al seguente indirizzo: www.fondazionesalmoiraghievigano.it

E ricordati di iscriverti per partecipare all’evento 

Emozioni e sentimenti – lettera all’autunno

Da qualche giorno siamo ufficialmente entrati nella stagione autunnale.
Ammetto di non essermene proprio accorta, presa dai miei millemila pensieri e cose da fare.

Distratta!
Ma ora che è arrivato posso scrivergli una lettera.

“Caro autunno,
sei arrivato senza far rumore, o forse ne hai fatto, ma era meno forte di quello che c’era nella mia testa.
Poco importa, sei qui ed egoisticamente ti dico che sei bello.
So che non piaci a molte persone perchè porti con te aria di malinconia: le foglie piano piano diventano più secche e cambiano colore, gli alberi cominciano lentamente a spogliarsi restando nudi. Chissà se loro provano vergogna nel restare completamente spogli davanti a tutto il mondo – forse un pochino si: le loro foglie diventano rosse proprio come le nostre guance prima di cadere a terra per proteggere le radici dal freddo che arriverà.
Anche le giornate, come gli alberi, cambiano. Cambiano per la quantità di luce disponibile, ma non per la quantità di impegni, ad insegnarci che molte cose dobbiamo imparare a farle nonostante il buio (anche quando il buio è dentro di noi).

Autunno, sai dirmi perchè i cambiamenti generano spesso malinconia nelle persone?
Secondo me perchè in qualsiasi forma di cambiamento c’è qualcosa che si deve lasciar andare.
Magari non per sempre, magari è una cosa che tornerà nuovamente come le foglie sugli alberi, ma non sarà la stessa identica di prima.


Ma.. forse la domanda giusta è un’altra: Autunno, sai dirmi perchè alle persone non piace la malinconia?
Questa cosa proprio non la capisco.
Forse perchè viene confusa con la tristezza, e la tristezza si sa, non piace a nessuno!
Non so se hai mai fatto un giro sul web, ma appena smetti di lavorare e arriva il tuo collega Inverno ti consiglio di farlo: è pieno di consigli su come “superare la tristezza”, “trasformare la tristezza”, “combattere la tristezza”, ma ben pochi dicono come viverla pienamente e consapevolmente!
Ma questo non risponde alla domanda.

Secondo me le persone spesso confondono EMOZIONI e SENTIMENTI, specie quando i sentimenti sono così sottili, leggeri e lievemente percettibili come la malinconia (insomma, la malinconia non è una roba così grande e grossa come può essere l’amore).

Quando ci sentiamo malinconici tendiamo ad associare il nostro stato d’animo alla tristezza, ma sono due cose diverse.

Le EMOZIONI riguardano un aspetto istintivo del nostro sentire, sono una cosa molto antica perchè radicata in parti del nostro cervello ataviche. Il loro scopo generale è quello di produrre una risposta specifica a uno stimolo (per esempio se stai camminando per strada immerso nei tuoi pensieri e all’improvviso senti un clacson che ti suona, potresti provare paura).
Le emozioni possono essere misurate oggettivamente (con i limiti della strumentazione e delle conoscenze che fino ad ora abbiamo) dal flusso di sangue, dall’attività cerebrale, dalle espressioni facciali e dalla posizione del corpo.
Le emozioni sono reazioni di valenza affettiva a certi stimoli, che possono essere esterni come un suono, un odore, un oggetto, o interni, come un pensiero o un ricordo. Le emozioni scatenano una serie di risposte ormonali e neurochimiche che producono uno stato di attivazione, spingendoci all’azione.

I SENTIMENTI sono una cosa un po’ più intima e meno “oggettivabile”, ma non per questo meno reali.
I sentimenti generano le stesse risposte fisiologiche e psicologiche delle emozioni, ma hanno una valutazione consapevole incorporata. In pratica coinvolgono la consapevolezza e l’apprezzamento delle emozioni e l’esperienza affettiva che stiamo vivendo.
Detta in parole povere sono delle emozioni con un allegato nostro totalmente personale che dipende da tantissimi fattori: il nostro temperamento, il contesto, le nostre esperienze passate, i nostri vissuti ecc..


L’emozione viene prima ed è universale.
I sentimenti sono associazioni mentali e reazioni a un’emozione e sono personali.
Due persone possono sentire la stessa emozione, ma viverla in modi diversi

Il Prof Baiocchi definisce il sentimento come un’evoluzione dell’emozione: il sentimento è una cosa molto più complessa che può contenere sia l’emozione negativa che quella positiva.

Autunno, scusami se mi sono dilungata in questo spiegone un po’ più noioso e tecnico, ma secondo me è importante che le persone imparino a distinguere queste due cose.
Soprattutto perchè spesso proviamo fastidio nel provare emozioni contrastanti verso una determinata cosa e scegliamo di provarne o una o l’altra, vivendo così esperienze o solo bianche o solo nere.

Il mondo è colorato e tu ce lo dimostri con tutte le sfumature dei tuoi colori.

Caro Autunno, grazie per avermi letta fino a qui.

Ti abbraccio,
Nat. “

Come capire se quello che provo è un’emozione o un sentimento?

Carta e penna alla mano, scrivi in merito a quello che stai vivendo:

  1. Durata – Da quanto dura ciò che stai provando? . Le emozioni sono stati transitori che vanno e vengono in tempi relativamente brevi, per esempio quando ti arrabbi: inizialmente sei arrabbiato forte forte, ma dopo qualche ora (se eri arrabbiato veramente forte, ma se no 20-30 minuti passa) .
    I sentimenti sono più stabili nel tempo, sempre con l’esempio della rabbia: una volta passata può lasciare spazio ad una sensazione di amarezza che dura nei giorni seguenti.
  2. Ordine di apparizione – C’è stao qualcosa prima?. Generalmente le emozioni compaiono prima dei sentimenti.
    Cerca di ripercorrere all’indietro l’evolversi dello stato che stai vivendo.
  3. Intensità – Quanto è forte ciò che stai provando?. Siccome lo scopo delle emozioni è di predisporci all’azione, esse sono molto intense!.
    I sentimenti, avendo anche una componente più “valutativa” sono meno intensi.
  4. Livello di elaborazione – Quanto ci pensi su per esprimerlo?. Le emozioni sono date inconsciamente, generando una risposta quasi immediata, mentre i sentimenti, richiedendo più tempo per la loro formazione, vengono elaborati in modo consapevole.
  5. Grado di regolazione – Quanto riesci a controllarlo?. Le emozioni sono difficili da controllare perché generano reazioni psicofisiologiche automatiche. Per esempio, non possiamo contenere del tutto emozioni come la paura o la gioia, anche se siamo bravissimi a controllarle in qualche modo vengono fuori: battiti accelerati, respiro corto, pupille dilatate. Sono delle reazioni fisiologiche automatiche.
    Le sensazioni invece sono molto più gestibili tanto da non renderle manifeste.

Grani antichi – il miglio

È da tanto che non scrivo sul blog.
Non mi piace rendere pubblica la mia vita privata, ma chi mi segue su instagram ha comunque degli aggiornamenti sulla mia vita e può leggere delle condivisioni di pensieri.

Ad ogni modo, ricomincio parlando di un cereale che ha bisogno, come questo blog, di essere utilizzato un pochino di più.

Il miglio!

Un po’ di storia (poi arriva la ricetta)

Il miglio è un cereale antichissimo, è stato uno dei primi cereali ad essere domesticato dall’uomo circa 7500 anni fa. Le sue origini non sono certe perchè ci sono tracce di coltivazioni contemporaneamente sia in Asia che in Africa.
Ma delle sue origini poco ci importa, perchè grazie alle sue caratteristiche di estrema resistenza e adattabilità il miglio si è diffuso largamente in ogni zona del mondo.

Si, anche in Italia!
Prima della “scoperta dell’America” il miglio era un cereale consumato come il mais nel nostro paese!

Una curiosità: il miglio è caratterizzato da una lunga conservabilità, è grazie a questo cereale stoccato nei magazzini cittadini che Venezia, assediata dai Genovesi nel 1378, si salvò dalla morte per fame durante la guerra di Chioggia

Ciò che ammiro del miglio è quello che dicevo prima: resistenza e adattabilità.
È una pianta che non ha particolari esigenze di terreno, si sviluppa anche in campi precedentemente incolti o sassosi, sopporta molto bene la siccità, perciò si ottiene un buon raccolto anche senza interventi di irrigazione.
Oltre a non avere bisogno di acqua, il miglio non necessita nemmeno di particolari concimazioni.

Quanti fertilizzanti e quanto lavoro in meno se si coltivasse più miglio!

Perchè mangiare più miglio

Beh, innanzitutto perchè è buono.
Ma anche la Nutella è buona, ma mangiare più Nutella sappiamo tutti non essere la cosa migliore del mondo.

Innanzitutto è un cereale facilmente digeribile, molto nutriente e naturalmente privo di glutine.
È ricco di sostante minerali come ferro, magnesio, fosforo e silicio, per questo motivo svolge un’azione rinforzante su unghie e capelli (basti pensare che molti integratori naturali per capelli e unghie fragili sono a base di miglio).

In medicina tradizionale cinese il miglio è associato all’elemento Terra. Senza farlo apposta questo post capita a pennello perchè siamo proprio nel pieno dell’elemento terra: secondo la MTC le stagioni sono 5, come 5 elementi. La stagione in più rispetto alla nostra è la tarda estate ed è associata proprio all’elemento terra.
L’elemento terra è legato ai meridiano di stomaco e milza-pancreas.
Uno squilibrio di questo elemento si può manifestare con una sensazione di eccessiva preoccupazione, ansia e le difese immunitarie non sono proprio al loro massimo splendore.
Insomma, mangiare miglio in questa stagione, o nei periodi dove l’ansia fa capolino più facilmente può essere una buona idea!

Come si cucina

Come un qualsiasi altro cereale!
Personalmente mi piace la cottura per assorbimento perchè mantiene più gusto!
Io in un pentolino metto un volume di miglio (che può essere una tazza, mezza tazza, tre tazze o quante si vogliano in base ai commensali), il doppio del volume di acqua e un pizzico di sale.
Metto sul fuoco a fiamma bassa e faccio cuocere per circa 15-20 minuti da quando l’acqua comincia a bollire (se si asciuga troppo aggiungo poca acqua alla volta).
La preparazione molto basic per me è questa: facile, efficace e pronta per essere manipolata in tantissimi modi.

La ricetta – finalmente

Bene, se sei arrivato fino a qui è perchè hai una motivazione molto alta per consumare il miglio.

Oggi ti propongo un’insalata fredda (ma puoi consumarla anche tiepida), come se fosse un’insalata di cous-cous, ricca di sapori e consistenze diverse.

  • 250g di miglio già cotto (come ti ho scritto in precedenza)
  • 150g di edamame già cotti
  • una manciata di olive nere
  • due carote
  • un limone
  • sale, pepe, menta e prezzemolo

Per la salsina:

  • 100g di yogurt di soia
  • 2 cucchiai di salsa tahina
  • avanzo della marinatura delle carote

Per prima cosa tagliare le carote a quadratini piccoli e metterli in una ciotola a marinare insieme a del succo di limone e sale. Lasciarle marinare per almeno un paio d’ore (intanto potete cuocere il miglio, andare al supermercato a prendere gli edamame, o fare quello che vi piace)

Come ogni insalatona che si rispetti, la cosa importante è MISCHIARE come se non ci fosse un domani!
In una ciotola capiente versare il miglio cotto, gli edamame, le olive tagliate a rondelle, le carote scolate dalla loro marinatura (non buttare via il liquido che servirà per la salsina), sale, pepe, prezzemolo e menta (non esagerare con quest’ultima, 4-5 foglioline sono più che sufficienti).

Anche per la salsina la parola d’ordine è mischiare fino a quando gli ingredienti saranno ben amalgamati.

Gustare con gioia ed è tutto!

Nota riflessiva

Ogni volta che mangio il miglio per un momento il mio pensiero va alle cose dimenticate, alle cose messe da parte, alle cose preziose, ma rimpiazzate e sostituite per pura resa economica con cose di minor valore.
Il miglio porta con sè questa storia.

Mangiare miglio è uno dei tanti modi per ricordare che l’uomo ha la tendenza ad accantonare le cose preziose in favore di ciò che è conveniente.
E quando uno si accorge di agire in questo modo ha la possibilità di scegliere se continuare a farlo oppure cambiare.

CRESCITA PERSONALE, facciamo due chiacchiere

Questo articolo nasce dall’idea di Valentina Vico (@vale_naturalentamente): una staffetta dove ogni settimana, dieci donne diverse, portano le loro riflessioni su un determinato argomento, nella speranza di stimolare riflessioni, dialoghi e confronti con i lettori.

Oggi si parla di “crescita personale”, un tema che in occidente sta prendendo parecchio piede negli ultimi anni.

Inizio col dare la mia personale e un po’ banale, ma efficace definizione: per me “crescita personale” significa semplicemente sviluppare le proprie qualità al loro massimo potenziale.
Il discorso potenzialmente si potrebbe concludere qui, ma noi facciamo quelli che ora decidono di aprire un mondo!

Facciamo un’analogia!
Prendiamo un seme; per poterlo fare crescere al meglio dobbiamo sapere di che seme si tratta, se è una palma, un baobab, una betulla o un ciliegio (si sa che piantare un baobab in una foresta di betulle non è un’idea definibile come grandiosa).
Per crescere al meglio è di fondamentale importanza conoscere la nostra vera natura; fondamentalmente proviamo a rispondere alla domanda “chi sono io?”.
Senza una risposta adeguata risulta difficile far crescere qualcosa che non si conosce.

Ma proviamo a mantenere, per quanto possibile, uno spirito pragmatico; ci sono delle costanti di cui bene o male tute le piante hanno bisogno: luce, acqua e una superficie su cui crescere.
Per noi umani è uguale, tutti noi abbiamo bisogno delle stesse cose per crescere interiormente, ma ognuno ha percorsi differenti.

La crescita personale, dal mio punto di vista, non è un’opzione, ma una necessità, un impulso innato che ogni essere umano possiede, magari in modo latente o in modo molto manifesto, ma comunque presente.
Ogni azione, ogni scelta, ogni pensiero che facciamo lo facciamo perchè crediamo che questo ci possa rendere felici. Anche gli sbagli!
La crescita personale è uno strumento che ci permette di trovare la felicità che cerchiamo, una felicità a lungo termine, duratura, solida, inattaccabile, una felicità legata molto al senso di soddisfazione personale dovuto ad una perfetta armonia tra quello che pensiamo, quello che sentiamo e quello che facciamo.

Con discreta sicurezza possiamo dire che ognuno di noi decide di intraprendere un percorso di crescita personale per raggiungere un senso di autorealizzazione (tutti noi vogliamo il nostro bene, giusto?); nessuno vuole vivere soffrendo e nessuno vuole vivere una vita dove si sente insoddisfatto!
La maggior parte di noi è abituata a pensare alla crescita personale come qualcosa di esclusivamente individuale e in parte è verissimo: nessuno può crescere al posto nostro!
Però dal momento in cui siamo costantemente in relazione col mondo esterno non possiamo pensare di escludere questo dal nostro percorso di crescita!
Credo sia davvero tanto impegnativo sentirsi pienamente autorealizzati senza tener conto di tutto ciò che ci circonda!

Possiamo agganciarci così al concetto di consapevolezza,
Consapevolezza di chi siamo, consapevolezza di ciò che ci circonda, consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni, consapevolezza di come il mondo ci influenza e consapevolezza di come i fenomeni interagiscono tra loro.
Penso che non ci sia cosa più importante di questa.
Viviamo in armonia quando, ogni giorno, compiamo scelte consapevoli su come viviamo, come ci relazioniamo con le persone, come mangiamo, come impieghiamo il nostro tempo ecc ecc..

E’ importante dire che la consapevolezza può essere coltivata, come tutto.
Lo strumento più efficace è la meditazione!
Grazie alla meditazione si possono affinare le nostre capacità mentali; grazie alla meditazione si possono sviluppare le nostre qualità come la generosità, la gratitudine, l’attenzione, la concentrazione, l’amore incondizionato, l’empatia, la compassione, la saggezza, l’equanimità, la chiara visione della realtà ecc ecc..

La meditazione porta alla consapevolezza, la consapevolezza ci fa crescere e crescendo diventiamo esseri umani liberi di prosperare!

Muffin di ceci al vapore

Avevo già pubblicato una ricetta dei muffin al vapore con farina di ceci (eccola qui).

Sarò ripetitiva, ma quando una cosa mi piace la faccio e la rifaccio più volte!

L’impasto di questi muffin è molto simile all’altro, ma ha una particolarità in più: è stato utilizzato lo zucchero integrale di fiori di cocco che ha un profumo meraviglioso, ed inoltre hanno un ripieno gustosissimo!

Ingredienti:

  • 100g o poco piú farina di ceci
  • 20g amido di mais
  • 30g di olio di cocco
  • latte di soia (o altro latte vegetale) q.b. per ottenere un impasto “papposo” ma non troppo liquido
  • 20g di semi di lino ridotti a farina
  • 30g di zucchero di fiori ci cocco
  • crema spalmabile Golamera (questa qui)
  • un pizzico di sale
  • mezzo cucchiaino di lievito per dolci

Innanzitutto frulla i semi di lino. Mischia tutti gli ingredienti secchi, successivamente aggiungi l’olio di cocco sciolto in un pentolino e infine aggiungi poco per volta il latte di soia fino ad ottenere un composto omogeneo, senza grumi e piuttosto denso.  Versa il composto nei pirottini dei muffin, ma non riempirli tutti: riempili solo per metà, poi aggiungi al centro dell’impasto un cucchiaino di crema spalmabile Golamera e ricopri con altro impasto.

Come per i muffin precedenti niente forno: metti tutto a vapore per 40 minuti (e ribadisco nuovamente: abbi solo l’accortezza di non alzare il coperchio per sbirciare.. fidati della dolce cottura del vapore).

Facili, veloci, sofficissimi!

Le cose al vapore sono sempre più morbide, come delle nuvole!

 

 

Più buoni dei Twix

Hai presente quello snack strachimico con biscotto, caramello e ricoperto di cioccolato?

Ecco, ti presento una versione rivisitata (e ovviamente migliorata, ma che te lo dico a fare), di questo snack.

Niente chimicume, solo ingredienti sani e naturali: niente zucchero, niente glutine, niente latte e derivati&co (si ok, sempre la stessa storia: senza na mazza).

PER IL BISCOTTO

  • 150g di burro di arachidi
  • 80g di sciroppo di riso (o altro dolcificante liquido)
  • 150g di farina di riso integrale
  • un pizzico di sale
  • la punta di un cucchiaino di lievito naturale per dolci

PER IL CARAMELLO SALATO

  • un bicchiere di datteri tagliuzzati
  • mezzo bicchiere di acqua (più altra all’occorrenza
  • un cucchiaio stracolmo (o due scarsi) di burro di arachidi
  • un pizzico generosissimo di sale

PER LA COPERTURA

  • 150g di olio di cocco
  • 70g di polvere di carruba

 

Iniziamo coi BISCOTTI:

Metti in una ciotola il burro di arachidi e lo sciroppo di riso e mischiali insieme finchè non si saranno amalgamati. Poi unisci il resto degli ingredienti e impasta fino ad ottenere una palla facilmente modellabile.

Ora mettila in frigo e dedicati al caramello.

CARAMELLO:

Facilissssssimo: frulla i datteri con l’acqua, il sale e il burro di arachidi. Se vedi che il frullatore fa fatica aggiungi acqua poco alla volta. Il composto dovrà avere la consistenza di una purea di frutta.

CUOCI I BISCOTTI:

stendi la frolla dello spessore di un paio di mm, pratica dei tagli su di essa della forma di barretta (sarà più facile separare i biscotti una volta cotti), bucherella la superficie con una forchetta e metti in forno a 180° per 10-15 minuti (attenzione che cuociono veramente in fretta)

Ora puoi dedicarti alle tue faccende mentre aspetti che i biscotti si freddino.. Fatto? (Art attack docet)

Prepariamo la COPERTURA:

easy anche qui: fai sciogliere l’olio di cocco a bagnomaria e aggiungi la polvere di carruba, mescola bene per togliere tutti i grumi.

ASSEMBLAGGIO (finalmente)!

prendi un biscotto, spalmaci sopra uno strato di caramello, immergi il tutto nel composto di olio di cocco e carruba e fagli fare un bagnetto in mezzo a quel liquido delizioso.

Dopodichè toglilo e mettilo a riposare sulla griglia del forno (non in forno, ovviamente). Ti consiglio di mettere sotto la griglia della carta forno perchè cadranno delle gocce di olio di cocco e potrai recuperarle e mangiarle come se fossero dei mini cioccolatini.

Ripeti l’operazione con tutti i biscotti, mettili in frigo per minimo 30 minuti e poi saranno pronti per essere gustati!

 

Autorealizzazione e intersoggettività

Nei giorni passati riflettevo sul fatto che viviamo in periodo storico strano, fatto principalmente da contraddizioni.
Questo pensiero è nato dal fatto di osservare come siamo tutti iperconnessi: abbiamo i social che ci permettono di sapere cosa fanno i nostri amici, di condividere con gli altri cosa facciamo, grazie ad internet possiamo contattare il nostro amico che sta dall’altra parte del mondo alla stessa velocità di come se fosse seduto al nostro fianco.
E’ una cosa che trovo meravigliosa, eppure percepisco una nota stonata: ci sentiamo sempre più soli, siamo sempre più soli e ci comportiamo sempre più come se fossimo soli.
Mi spiego prendendola un po’ alla larga.
Da un punto di vista superficiale, buona parte dei problemi che abbiamo si può categorizzare come un problema dovuto alla mancanza, o cattiva comunicazione. Si soffre perchè gli altri non capiscono quello che vogliamo dire, si creano conflitti perchè non capiamo cosa realmente le altre persone ci stanno comunicando, ma si soffre anche perchè le varie parti da cui siamo composti comunicano male fra loro creando incomprensioni, conflitti interiori, pensieri limitanti ecc ecc…
Viviamo in un mondo in cui abbiamo tantissimo. Abbiamo tantissimi modi per comunicare, ci scambiamo una quantità infinita di parole.. Ma la QUALITA’?

[Premessa doverosa: in questa sede le parole ego/egoismo verranno usate come sinonimi in un’accezione puramente negativa. Gli aspetti positivi e approfondimenti di ego ed egoismo verranno trattati un’altra volta per non annoiare]

Che cos’è che fa si che noi non riusciamo a comunicare bene? L’EGO.
Pensaci. Quando sei arrabbiato pretendi che l’altra persona capisca esattamente le tue ragioni e le condivida, e solitamente non fai alcuno sforzo per porti diversamente: questo è ego.
Quando un’altra persona è arrabbiata con te, solitamente non fai alcuno sforzo per far sì che quella persona possa esprimere meglio le sue ragioni: questo è ego.
Quando una parte di te vuole a tutti i costi sovrastare le altre, quello è il tuo ego che si manifesta.
L’ego è quella parte di noi che ci fa permanere in uno stato di sofferenza: siamo chiusi e non aperti alla vita, alle relazioni e alle nuove esperienze perchè troppo concentrati su noi stessi.

C’è chi dice: “l’essere umano è per natura egoista”. Non è esattamente così, vediamo da dove arriva questo pensiero.
Senza ad andare a rispolverare le teorie geocentriche del sole che gira attorno alla terra, o l’uomo al centro del mondo, o alla legge del più forte o altre teorie abbondantemente superate; partiamo da un neonato.
Il neonato, un esserino profondamente egoista, che pensa solo a sè stesso e che è attaccato alla mamma solo perchè questa gli dà da mangiare e soddisfa i suoi desideri generando piacere nel piccolo. Buona parte della psicologia ci ha fatto credere questo per un sacco di tempo (fortunatamente le cose stanno cambiando).
E’ veramente così? Da un punto di vista superficiale si, ma andiamo nello specifico.
E’ vero che il neonato è attaccato alla mamma, ma non per una questione di cibo e bisogni. C’è un altro meccanismo alla base che fa sì che l’attaccamento sia una conseguenza, non un istinto innato. Questo meccanismo è un istinto di “sintonizzazione emotiva” con la mamma. Il bambino è naturalmente portato a sintonizzarsi con la mamma, questa cosa si chiama intersoggettività ed è una meravigliosa danza di sguardi, di carezze, di suoni dolci, di coccole e di sorrisi. Studi scientifici dimostrano che ancor prima del cibo, il bambino ha bisogno di RELAZIONI POSITIVE, e se queste non si presentano, il bambino si lascerà morire.
L’intersoggettività crea le condizioni per il manifestarsi dell’attaccamento, ma questo è un altro discorso.
A noi ora ci interessa sapere che siamo naturalmente portati a vivere relazioni positive, è un nostro istinto e un nostro bisogno primario, più forte del cibo, del sonno o altro ancora: abbiamo bisogno sintonizzarci emozionalmente con gli altri, abbiamo bisogno di rendere felici gli altri, abbiamo bisogno di relazionarci con gli altri, abbiamo bisogno di interagire creando un senso condiviso e positivo della realtà. Ne abbiamo bisogno come l’ossigeno.
Poi mentre cresciamo qualcosa va storto e cominciamo a chiuderci in noi stessi (colpa dell’ego).

Immagina l’ego come una casa, la casa dei tuoi sogni: un giardino stupendo, magari con una piscina se la desideri, una casa con l’arredamento che hai sempre desiderato, ricca di ogni confort.
All’interno di questa casa tu stai benissimo, eppure ogni tanto ti tocca uscire. E cosa ti succede quando sei fuori? Desideri che tutto il mondo sia confortevole come casa tua, che tutto il mondo funzioni come casa tua e che tutto il mondo soddisfi i tuoi desideri di felicità come casa tua. Quando sei fuori casa provi una sensazione di disagio e di paura che fai fatica a gestire e provi a fronteggiare queste sensazioni cercando di manipolare il mondo esterno affinché sia simile a casa tua.
Eppure, più cerchi di cambiare il mondo esterno, più ti rendi conto che questo non cambia, e più cerchi di fare le cose a modo tuo e meno ti senti a casa.

Tutti funzioniamo in questo modo e siamo attaccati alla nostra casa immaginaria. Ci sono persone, però, che hanno realizzato che non è cercando di cambiare il mondo esterno secondo i nostri desideri che stiamo meglio, ma stiamo meglio solo quando realizziamo uno stato interiore di pace, serenità e amore. Questa è l’AUTOREALIZZAZIONE!

E a proposito di autorealizzazione, riporto qui delle parole di Mauro Scardovelli, perchè penso che abbia espresso in modo chiaro e semplice la vera essenza dell’autorealizzazione:

“Io mi realizzo veramente e realizzo il mio bene, ma in relazione a che cosa? Al bene degli altri! Co-evolvo insieme al bene degli altri. Non realizzo il mio bene separatamente dagli altri: quella è un’altra fondamentale illusione narcisistica!
Realizzare chi sono: “IO FINALMENTE MI VOGLIO BENE”.. Attenzione! A persone che dicono così bisogna stare lontanissimi, perchè vogliono bene a loro, a sè stessi, escludendo gli altri.
E allora torneremmo a Eraclito quando dice: “La fonte di tutto è una: POLEMOS”, la guerra; perchè ogni ente, per mantenersi, deve difendersi da tutti gli altri. E continua Eraclito: “ogni essere umano addormentato, vive nel proprio mondo”, e quindi che cosa può realizzare? La SUA esigenza, il SUO bene, sottolineando soprattutto SUO, mettendo molto sullo sfondo “bene”, e togliendo del tutto dalla frase il “bene insieme a quello degli altri”, cioè il bene comune.

Sono mille i modi in cui gli esseri umani sanno ingannare sè stessi. Aiutare un essere umano è difficilissimo perchè è diabolicamente preparato a difendersi da ogni forma di aiuto che può ricevere dall’esterno, è diabolicamente preparato a rifiutarlo.
Riprendendo i grandi temi classici, Platone e Aristotele ci dicono: ognuno di noi è un bene e realizzare CHI SIAMO è un bene.. ma per chi? Per noi, per tutti gli altri, per la famiglia, per la città e per la Polis.
Quindi quando io mi realizzo, non sono mai in conflitto con gli altri! Se lo sono, vuol dire che non sto realizzando il mio bene. Attenzione, sto dicendo “non sono in conflitto con l’ANIMA (l’essenza profonda della persona) degli altri”, ma con l’EGO degli altri è diverso: quanto più mi realizzo tanto più sono in conflitto con l’ego degli altri. Ed ecco qui la necessità per alcune persone di sapersi isolare dai contesti dove abitano, perchè sono contesti tossici in cui ci si allea per rimanere stagnanti nei livelli bassi della coscienza.
Quindi l’ego non perdona chi cerca di assecondare l’anima, perchè l’anima e l’ego sono incompatibili.
Nella mistica si dice che l’ego deve essere sciolto, deve morire affinchè l’anima possa vivere.
L’ego va visto come un seme, un passaggio. Il seme muore, ma se il seme vuole continuare a rimanere seme non può diventare un albero. E lo stesso è l’essere umano.

 

La maggioranza di noi è abituata a vedere l’autorealizzazione come un percorso un percorso iper-individuale dal quale il resto del mondo viene escluso; questo è l’ego.
Apriamo il nostro cuore; non possiamo pensare di autorealizzarci separatamente dagli altri. Siamo dei soggetti interconnessi e viviamo in un brodo di intersoggettività.
Facciamo tutti parte dello stesso sistema, siamo come un grande organismo.
Immagina per un attimo che il tuo cuore cominci a fare i suoi comodi pensando: “mah, io oggi mi sento stanco, facciamo che batto un po’ di meno”. Sarebbe un problemino, giusto?
Le cellule del cancro sono cellule egoiste: cominciano a farsi i fatti loro mettendo a rischio l’intera vita dell’organismo.
Oltre al cancro come malattia fisica, quanti cancri abbiamo al giorno d’oggi? Quanti cancri a livello sociale, culturale, politico, ambientale, economico?

Compi scelte di vita consapevoli, porta la consapevolezza in ogni azione quotidiana: come ti relazioni con le persone, come mangi, come impieghi il tuo tempo, come scegli i prodotti che utilizzi, come ti prendi cura di te stesso, come ti comporti, ecc ecc..
Sii consapevole delle tue azioni, sii consapevole del fatto che ogni tuo gesto, anche il più piccolo, ha delle conseguenze; e fa che queste conseguenze siano positive per te stesso, per gli altri e per meraviglioso equilibrio di questo pianeta.

Brownies proteici al cioccolato e arancia

Cosa fare quando si hanno 500g di tofu scaduto in frigorifero?

Soluzione A: mangiarli in tempo record sperando di non diventare un panetto di tofu ambulante
Soluzione B: fare una torta a base di tofu in modo da poterla condividere con altre persone (ebbene sì, si può condividere anche il tofu)

Ingredienti:

  • 500g di tofu (scaduto, se no non vengono bene)
  • 100g di cioccolato fondente
  • 3 arance bio (le mie erano piccoline, se sono grandi vanno bene 2)
  • scorza di una delle arance
  • 70g di farina di avena alla vaniglia (io ho utilizzato questa)
  • 30g di cacao amaro
  • Dolcificante a piacere, in quantità altrettanto a piacere se vi piace il sapore dolce dolcissimo
  • acqua o latte vegetale qb per frullare meglio

Easy: Fai sciogliere il cioccolato a bagnomaria, frulla tutti gli ingredienti insieme fino ad ottenere un impasto omogeneo aggiungendo qualche cucchiaio di acqua se necessario.
La consistenza dell’impasto sarà simile a quello delle polpette.

Versa l’impasto in una teglia rettangolare e inforna a 180° per 40 minuti.

Prima di tagliare a fette aspetta che i brownies si siano raffreddati completamente: il composto caldo è molto fragile e noi non vogliamo ritrovarci dei brownies sbriciolati, vero?

 

Questo dolce è davvero ottimo e si presta per mille varianti: gocce di cioccolato nell’impasto, mandorle, nocciole tritate, semi di zucca e chi più ne ha più ne metta.

Torta al succo di arancia, mais e cioccolato

Avevo questa ricetta in archivio da un sacco di tempo. Non mi è ancora chiaro il motivo per il quale ho aspettato così tanto tempo per pubblicarla (ho chiesto delucidazioni al mio cervello, ma non ho ancora ricevuto risposte).

Cooooomunque, si tratta di una torta fatta con il succo di arancia, della farina di mais rosso, e una quantità indecente di cioccolato!

Le quantità che riporto sono in tazze perchè quando l’ho fatta ero a casa dei miei e lì le bilance da cucina non sono pervenute. Voi basta che manteniate le proporzioni!

Ingredienti:

  • 1 tazza di farina integrale
  • 1 tazza di farina di mais (io rosso, ma va bene anche quella normale.. non usate quella della polenta istantanea)
  • mezza tazza di amido di mais
  • 2 tazze di succo di arancia
  • 180g di cioccolato fondente
  • un pizzico di sale
  • lievito per dolci

Innanzitutto trita con il coltello il cioccolato, il bello di mangiare questa torta è sentire in bocca i pezzi irregolari di cioccolato!
Mischia insieme tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto abbastanza fluido ed omogeneo. Per ultimo aggiungi il cioccolato tritato.
Metti in forno a 180° per 45-50 minuti (vale la prova stecchino).
Aspetta che la torta sia completamente fredda per mangiarla!

 

Il gusto di questa torta è ottimo: si sente un leggero aroma di arancia che si mischia con il cioccolato, e in più c’è un tocco rustico dato dalla farina di mais! L’ho trovata deliziosa.
Ah, io non ho aggiunto zucchero all’impasto perchè per me il succo di arancia è già abbastanza dolce, in più tutto quel cioccolato aumenta ulteriormente la dolcezza, ma se ti piacciono i sapori più decisi, ti consiglio di aggiungere del dolcificante a piacere (stevia, malto, miele, ecc…)

Per una versione più “light”, visto che di base l’impasto non contiene alcun grasso, potresti sostituire il cioccolato con qualcosa di più leggero come i cacao nibs, uvetta, bacche di goji, prugne secche o albicocche secche tritate ecc…

 

Buon appetito!!!

Crostata al limone e curcuma

E’ un po’ di tempo che non carico qualcosa sul blog e mi scuso tanto!

Questo sarà un articolo un po’ chiacchiericcio: carico subito la ricetta (che probabilmente è il motivo principale per cui sei in questa pagina) e poi spenderò due parole sugli ingredienti utilizzati!

Per la frolla:

  • 150g di farina di riso integrale
  • 80g di farina di frumento integrale
  • 70g di maizena
  • 80g di zucchero di fiori di cocco (io ho utilizzato questo qui di Panela)
  • 75g di olio di cocco
  • 110g di yogurt di soia
  • scorza e succo di un limone (non trattato, mi raccomando)
  • un pizzico di sale
  • una puntina di lievito per dolci

Per la crema:

  • ho semplicemente utilizzato questa crema spalmabile alla curcuma qui sempre di Panela! Non puoi capire la bontà, ma te ne parlerò dopo!

Procedimento:

In una ciotola mischia tutti gli ingredienti secchi.
Ah, solo un consiglio: prima di unire lo zucchero agli altri ingredienti, dagli una frullata in un frullatore: questo zucchero è super naturale, quindi ci sono dei granelli molto grossi, che per carità sono buonissimi, ma non renderebbero la frolla omogenea.
Poi fai sciogliere un un pentolino l’olio di cocco e aggiungilo agli ingredienti secchi insieme allo yogurt, la scorza e il succo del limone.
Comincia ad impastare fino ad ottenere una palla omogenea (aggiungi eventualmente qualche cucchiaio di acqua se necessario) e poi fai riposare la frolla in frigo per mezz’oretta.

Dopodiché stendi la frolla, mettila in una tortiera, punzecchiala con una forchetta e mettila in forno preriscaldato a 180° per 20-25  minuti.

Una volta raffreddata spalmaci sopra la crema spalmabile alla curcuma e…. godi!

 

I dolci che mi piacciono di più sono le crostate, ma ho cominciato ad apprezzarle da quando sono diventata vegana: prima le trovavo troppo “stucchevoli” e pesanti! Questa crostata posso dire con assoluta certezza che è la migliore mai mangiata fino ad ora!
La crema alla curcuma si abbina perfettamente con l’aroma del limone; infatti se provi a mangiare la crema alla curcuma, le tue papille gustative manderanno un messaggio al cervello dicendo in coro: “è buonissima, ma vogliamo anche del limoneeeeee”.
Anche la consistenza della frolla è eccezionale! Friabile, non stucchevole e molto aromatica!

MA… Dopo aver elogiato la bontà di questa crostata, se ti dicessi che è anche MOOOOOOLTO SALUTARE?

Ora spendo due parole sulla curcuma e sull’indice glicemico degli alimenti!

CURCUMA:
La curcuma è una spezia usata da 4000 anni sia nella medicina ayurvedica sia nella medicina cinese come antinfiammatoria, per trattare problemi digestivi e epatici, malattie della pelle e ferite.
Il suo principio attivo è la curcumina che è un potente antiossidante. Gli antiossidanti spazzano via dal corpo le molecole conosciute come radicali liberi, che danneggiano le membrane cellulari, alterano il DNA e causano persino la morte cellulare.
Gli antiossidanti possono combattere i radicali liberi e possono ridurre o addirittura aiutare a prevenire alcuni dei danni che causano.

Inoltre, la curcumina abbassa i livelli di due enzimi nel corpo che causano l’infiammazione ed impedisce alle piastrine di aggregarsi per formare coaguli di sangue.
Principalmente la curcuma è conosciuta per le sue proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche, e se alcune tradizioni la usano da così tanto tempo, crediamoci!
Poi la ricerca di noi uomini occidentali e scientifici ci suggerisce che la curcuma può essere utile (si parla molto spesso di PREVENZIONE) per le seguenti condizioni:

  • cattiva digestione e dispepsia
  • colite ulcerosa
  • osteoartrite
  • disturbi coronarici
  • infezioni batteriche e virali
  • disturbi neurodegenerativi
  • diabete

Insomma, male non fa; ma le ricerche scientifiche ci hanno anche insegnato che la curcumina funziona meglio se assunta con una piccola dose di piperina (il principio attivo del pepe), presente anche essa nella crema spalmabile usata in questa ricetta!

INDICE GLICEMICO:
Su internet si trovano già un sacco di informazioni che si possono condensare tutte così:
“LE FIBRE RALLENTANO L’ASSIMILAZIONE DEGLI ZUCCHERI”.
Tu ti chiederai “eh beh?”… Beh gli zuccheri, venendo assimilati più lentamente, hanno il potere di fornirti energia in modo più dolce, graduale e costante nel tempo, evitandoti strani picchi euforici seguiti da drastici cali energetici!
Ecco perchè le fibre sono molto importanti (oltre a regolare il transito intestinale)!
In questa crostata sono state usate solo farine integrali e…… Lo zucchero di fiori di cocco (o Gulamerah di Bali)!
Questo zucchero, oltre ad essere una buona fonte naturale di vitamine B1, B2, B3, B6 e C, ha una fibra chiamata inulina che rallenta di parecchio la velocità di assorbimento degli zuccheri; per questo il gulamerah è considerato un dolcificante a basso indice glicemico!

Bene, dopo tutto questo bla bla…..BUON APPETITO!!!

Tofu al cacao e paprika

Il tofu: quel panetto insapore che suscita avversione o attrazione a seconda dello stato psicofisicospirituale delle persone!

Personalmente lo trovo un alimento spettacolare proprio per il suo gusto neutro: sta bene sia con il dolce che con il salato, prende benissimo il sapore dei condimenti e.. è buono!
Bisogna solo saperlo cucinare.

Qui è in versione un po’ particolare: è stato cotto con del cacao amaro e della paprika (si, il cacao è buono anche salato, non solo dolce)

Ecco la ricetta:

  • un panetto di tofu
  • un cucchiaino di paprika forte
  • un cucchiaino abbondantissimo di cacao amaro
  • una spolverata di cacao nibs (questi sono buonissimi)
  • un cucchiaio di salsa di soia
  • un cucchiaio di olio di cocco

Taglia il tofu a cubetti e mettilo in una ciotolina inseme a tutti gli altri ingredienti. Mischia tutto e massaggia i cubetti ti tofu amorevolmente e delicatamente con le manine.
Quando il tofu si sarà colorato di rosso e marrone, buttalo in una padella calda e fallo saltare per qualche minuto.

Qui è stato accompagnato da dei semplici broccoli con gomasio e della mayonese di riso alla curcuma!

 

Terra diatomacea – scrub intestinale e altri benefici

Chi ha mai pensato di bere un bicchiere di terra la mattina per iniziare al meglio la giornata?

La terra in questione è una terra molto speciale: la terra diatomacea o terra silicea.
Questa terra è composta da diatomee, delle alghe unicellulari antichissime, che nel corso dei secoli (tanti tanti secoli), si sono fossilizzate e sono state ridotte a “farina” fino a formare, appunto, questa farina fossile.
Viene chiamata anche terra silicea perchè la parete di queste alghe, oltre ad avere molte sostanze organiche, è principalmente composta da silice.

Ecco, probabilmente ora ti starai chiedendo: ma perchè mi devo bere delle alghe scadute da qualche milione di anni che sono diventate ormai delle mummie polverizzate?

Ottima domanda.

Le ragazze, spesso e volentieri, sono solite farsi dei bellissimi scrub sulla pelle. Lo fanno per asportare le cellule morte, favorire la crescita di cellule nuove e di conseguenza avere una pelle più sana, bella e che svolga perfettamente la funzione di membrana tra la parte interna del nostro corpo ed il mondo esterno.

MA… pochissime persone pensano di fare  uno scrub intestinale!
Eppure avere un intestino pulito e sano è quasi più importante che avere una pelle pulita. Conosciamo tutti il detto “l’intestino è il nostro secondo cervello”, e tutti sappiamo che avere dei villi intestinali puliti, sani ed in forma è una cosa indispensabile per una buona assimilazione dei nutrienti che assumiamo attraverso il cibo.  Colgo questa occasione per aprire una piccola parentesi: in alcuni casi, le carenze nutritive che abbiamo non sono causate da una cattiva alimentazione, bensì da un cattivo funzionamento intestinale.
Ora, ci sono tante teorie su come “pulire l’intestino”: c’è chi fa diete monofrutto, chi diete a base di soli estratti, c’è chi passa direttamente al digiuno; poi ci sono pratiche come i clisteri, il Shank Prakshalana, vari protocolli più o meno complessi di assunzione di prodotti come fibre vegetali, probiotici ecc..

In questo articolo propongo un metodo di pulizia molto dolce e molto efficace!

Per la caratteristica fisica di queste alghe, la terra diatomacea si rivela un ottimo esfoliante naturale; riesce a scrubbare tutto il canale digerente.
Spazza via residui di cibo incrostati ai villi, attira a sè metalli pesanti (è un potente chelante naturale), virus, residui di pesticidi, residui di farmaci ecc.. e viene espulso tutto naturalmente tramite le feci!

I benefici saranno evidenti in poco tempo: se si soffre di gonfiore addominale, esso tenderà a ridursi, migliorerà la regolarità intestinale, ed è un ottimo rimedio se si soffre di candida.

Quanto detto fin ora è una spiegazione dell’azione meccanica della terra diatomacea.

Abbiamo detto prima che questa terra è ricca di silice.

Ma che cos’è e a cosa serve?

Il silicio è un minerale moooolto presente in natura. Nell’uomo si trova in forma organica legato con l’ossigeno e prende il nome di silice.
E’ uno di quegli elementi molto presenti nei corpi dei bambini e man mano che si invecchia, le scorte di silice del corpo umano vengono depauperate.
Nel corpo umano la silice è molto presente nei tessuti connettivi, infatti la sua funzione è proprio la protezione dal processo di degenerazione.
La silice è molto importante per i processi neuro-sensoriali: migliora la conducibilità elettrica e quindi la comunicazione fra cellule. A proposito di cellule, la silice migliora la capacità di trasporto di sostanze all’interno e all’esterno delle cellule (potete immaginare a livello biologico quanto sia importante questa funzione).
Favorisce la formazione di collagene, quindi la pelle ringrazierà a lungo termine, migliora l’elasticità dei vasi sanguigni, fortifica le ossa e protegge dai danni muscolari (questo per gli sportivi).

Nell’alimentazione odierna, ricca di prodotti raffinati, decorticati e molto lavorati, la presenza della silice è molto scarsa. Questo porta ad un invecchiamento precoce della pelle, un peggioramento dello stato di capelli ed unghie, perdita di elasticità dei tessuti e conseguentemente a smagliature, oltre ad uno stato di affaticamento e spossatezza.

 

Per concludere: come assumere la terra diatomacea?
Facile: un cucchiaino da tè sciolto in un bicchiere di acqua, la mattina prima di fare colazione.
Non prenderla 365 giorni l’anno. Bastano dei periodi di assunzione della durata di 3 settimane, ripetuti per 4 volte l’anno.
Magari sfrutta i periodi di cambio di stagione, quanto il tuo corpo è un pochettino più stanco, per avere una carica in più!

“Pancake” barbabietola, tofu e carota nera

Fame.
Hai voglia di qualcosa di dolce, ma non troppo dolce, qualcosa di un po’ particolare diverso dalle solite cose che sei abituato a mangiare.
Apri il frigo, vedi il solito pacchetto di tofu, la solita confezione di barbabietole sottovuoto e una confezione di carote nere che hai comprato qualche giorno prima con l’idea di fare “grandi cose”, ma che poi è svanita.
Nella credenza c’è il solito pacchetto di fiocchi di avena e il solito pacchetto di semi di chia.

Ok, mettiamo insieme “le solite cose” per creare qualcosa di “insolito”.

Chiamarlo pancake è azzardato, chiamarlo frittella sarebbe fuorviante; facciamo che lo si può chiamare con nomi di fantasia diversi a seconda della fantasia del momento.

Ingredienti (per una persona affamata):

  • una confezione di tofu
  • 200g circa di barbabietola
  • una carotina nera
  • due cucchiai di semi di chia
  • 50/60g di fiocchi di avena

Frulla la barbabietola, il tofu e la carota (aggiungendo un pochino di acqua per aiutarsi nell’operazione).
Quando hai ottenuto un composto omogeneo, continuando a frullare unisci i semi di chia e l’avena fino ad ottenere un composto della consistenza di una polpetta.

Lascia riposare in frigo per 15 minuti.

Scalda una padella e ungila leggermente (io uso l’olio di cocco perchè dona a tutte le cose un aroma eccezionale), quando questa è ben calda, versaci una cucchiaiata di composto e “spiattellala” affinchè assuma una forma vagamente rotonda (Giotto non è lì a giudicarti).
Metti il fuoco a fiamma bassa, copri la padella con un coperchio e fai cuocere per 3-4 minuti.
Una volta trascorsi, gira i simil-cerchi e fai cuocere ancora un paio di minuti sull’altro lato.

Io ho guarnito con dello yogurt di soia, altri semi di chia e cannella!

Pesche al forno con tofu

Questo è un dolcino rapidissimo, perfetto per un’occasione last minute!

Ingredienti (per due persone):

  • due pesche noci
  • un panetto di tofu
  • un cucchiaio abbondante di tahin
  • un cucchiaio di malto di riso
  • 4 prugne secche
  • 4 chiodi di garofano

Facilissimo: innanzitutto preriscalda il forno a 180°. Una volta caldo inforna le pesche tagliate a metà e private del nocciolo.

Nel frattempo prepara il ripieno: sbriciola il tofu con le mani (o con una  forchetta, l’importante è che alla fine risulti ridotto in una pappetta granulosa), aggiungi il malto, le prugne secche tagliate a pezzettini, i chiodi di garofano e il tahin. Amalgama bene tutto.
Tira fuori le pesche dal forno (si saranno cotte un pochino), distribuisci il ripieno nelle quattro metà e se avanza qualcosa sentiti libero/a di finirlo con un cucchiaio (in modo molto furtivo, mi raccomando).

Rimetti tutto in forno per 20 minuti circa!

Da gustare o tiepidino o a temperatura ambiente con una buona tazza di tè nero!

Vegan cheescake al cocco, carote e grano saraceno

Questa ricetta è un poco più elaborata rispetto alle altre qui presenti, ma è pur sempre facile facile e al solito senza zucchero (e anche senza glutine)!

Prima di iniziare: la notte prima metti una lattina da 400ml di latte di cocco in frigorifero! Il giorno successivo, quando vorrai fare la ricetta, apri la lattina e separa la parte solida superficiale dalla parte liquida.

Suddividiamo la ricetta in due parti: la base e la crema!

Per la base:

  • 170g di farina di grano saraceno
  • 2 carote grandi grandi
  • la parte liquida (ovvero l’acquetta) della lattina del latte di cocco
  • 100g di yogurt di soia
  • un cucchiaio di stevia
  • un cucchiaio colmo di miele
  • un pizzico di bicarbonato + aceto per la lievitazione

Innanzitutto frulla le carote, l’acqua di cocco, lo yogurt, il miele e la stevia fino ad ottenere un composto liscio liscio.
Successivamente unisci al composto la farina e mischia fino a sciogliere tutti i grumi: il composto avrà una consistenza piuttosto densa.
Infine aggiungi il bicarbonato e l’aceto e gira finchè il composto si sarà amalgamato per bene.
Versa tutto in una tortiera (la mia era piccolina) e metti in forno a 180° per 45 minuti circa (vale la prova stecchino).
Dopodichè lasciala raffreddare!

Per la crema:

  • la parte solida del latte di cocco
  • 150g di formaggio vegano spalmabile (sostituibile con 90g di olio di cocco +60g di latte di soia + succo di un limone)
  • stevia secondo il grado di dolcezza desiderato
  • un pizzico di sale

In una ciotola mischiare molto bene tutti gli ingredienti aggiungendo mano a mano la stevia fino alla dolcezza desiderata.
Non ti preoccupare se il composto ti sembra un po’ liquido: in frigorifero si solidificherà parecchio!

Assemblaggio:

Con un coltello incidi un cerchio all’interno della base, lasciando dal bordo un margine di 1cm circa, poi con l’aiuto di un cucchiaio comincia ad asportare l’interno della torta: la missione è quella di creare uno spazio “stile crostata” in cui mettere la crema. Attenzione a non scavare troppo per non asportare anche il fondo della torta!
Ah, guai buttare gli “scarti”, divertiti a riciclarli con invenzioni creative!

Una volta creato lo spazio per la crema, versa il composto al suo interno e livellalo con un cucchiaio.
Lascia la torta per qualche ora in frigo e infine scatena la fantasia per decorarla nel migliore dei modi!

(s)Gazpacho alternativo con kale e umeboshi

Il Gazpacho è una zuppa estiva a base di pomodoro tipica dell’ Andalusia. Consiste nel frullare dei pomodori freschi con pochi altri ingredienti e vari aromi, per ottenere così una “zuppetta” rinfrescante!

Personalmente cerco di non abusare dei pomodori per svariate ragioni, quindi ho pensato di creare un’imitazione dell’originale togliendo proprio l’ingrediente base, il pomodoro.

Ingredienti:

  • una barbabietola piuttosto grossa
  • un cetriolo
  • un terzo di una grossa cipolla rossa
  • 5-6 foglie di kale
  • un cucchiaino scarso, tendente al mezzo, di purea di umeboshi (questa qui)
  • un pizzico di pepe
  • la punta di un cucchiaino di miso
  • origano, timo, rosmarino e basilico secchi a seconda del gusto
  • semi di canapa e olio di canapa per guarnire

Facile: unisci tutti gli ingredienti in un frullatore e frulla aggiungendo pian pianino dell’acqua fino ad ottenere un composto omogeneo.
Versa in una scodella e guarnisci con dei semi di canapa e dell’olio di canapa.

Note: Barbabietola, cipolla rossa e umeboshi frullate insieme ricordano tantissimo il sapore del pomodoro, un misto tra acidulo e dolciastro che personalmente trovo fantastico!

Secondo me questa ricetta è ottima anche con una generosa spolverata di gomasio alle alghe!

Coppetta mestruale

In questo post vorrei parlare di un argomento per ragazze che mi sta particolarmente a cuore: LA COPPETTA!

Prendiamola alla larga:

probabilmente tutte noi fin dalla prima mestruazione siamo state abituate ad utilizzare gli assorbenti “classici” (quelli usa e getta per intenderci); salvo magari qualche ragazza fortunata alla quale i genitori hanno fatto usare degli assorbenti lavabili.

Poi per varie circostanze come andare al mare, in piscina ecc ecc, ci siamo approcciate agli assorbenti interni, anche quelli usa e getta, e siamo state felici e soddisfatte di risolvere il “problema” perdite in questo modo.

Felici e soddisfatte.. ecco, io non tanto.

Cambiare alimentazione mi ha portato a riflettere su parecchi argomenti, uno trai quali il tema RIFIUTI!

Avete mai provato a pensare quanti assorbenti ogni giorno vengono usati e buttati sulla terra? Fosse materiale riciclabile o biodegradabile magari la cosa non mi turberebbe più di tanto, ma qui stiamo parlando di materiale che difficilmente viene smaltito! Secondo me la cosa è immorale: se possiamo contribuire, anche con poco, a non inquinare ulteriormente questo pianeta, perchè non farlo?

Una donna in media nell’arco della sua vita utilizza 8100 assorbenti, al mondo ci sono 3 miliardi di donne, magari non tutte usano gli assorbenti per i più svariati motivi, quindi stimiamo che 2 miliardi di donne nella loro vita usino 8100 assorbenti. Fatevi i calcoli su quanto materiale inquinante facilmente evitabile si produce!

Altro aspetto che magari ci è un poco più vicino (essendo che per natura l’uomo è un po’ egocentrico, niente di male in questo eh): SOLDI!

Facciamo un calcolo medio: mettiamo che una donna ha la sua prima mestruazione a 13 anni e continui ad averle fino ai 55. Questo vuol dire che ci saranno 504 mesi in cui la donna avrà delle perdite mensili (non calcolo periodi di gravidanza, patologie varie ecc ecc).

Poniamo che questa donna abbia un ciclo di 28 giorni, il che si traduce in 540 mestruazioni in tutta la sua vita. In media un pacco di assorbenti costa sui 2 euro, ciò vuol dire che la donna in questione spende 1080 euro in tutta la sua vita per gli assorbenti! E parlo di assorbenti normalissimi di fascia medio/bassa, i prezzi aumentano se si hanno maggiori esigenze oppure se si sceglie di utilizzare assorbenti naturali in 100% cotone.

Insomma, quante cose potete fare con minimo 1000 euro? Un viaggio? Un regalo speciale? Togliervi qualche sfizio?

A proposito di assorbenti naturali, ci sarebbero da fare due paroline anche sul discorso SALUTE!

Magari molte di noi non sanno che gli assorbenti vengono trattati con delle sostanze chimiche sbiancanti, antiodoranti, ecc ecc. Queste sostanze, a contatto con una zona umida e calda, vengono lentamente rilasciate e sicuramente non fanno bene! Pensate che la pelle è l’organo più esteso che abbiamo, e le sostanze che entrano a contatto con essa vengono assorbite e vanno direttamente nel flusso sanguigno.

Il discorso si amplifica quando si parla di assorbenti interni: questi sono proprio all’interno del nostro corpo, dove la temperatura e l’umidità sono maggiori; infatti ci sono stati casi di “sindrome da shock tossico” a causa dell’utilizzo di questi prodotti!

Ma basta parlare di cose brutte!

Con la coppetta si sta senza pensieri per tanti motivi!!

Innanzitutto una coppetta può tranquillamente durare una quindicina abbondante di anni, quindi con una spesa di 20/30 euro siamo sicure di risparmiare un sacco!

Inoltre la quantità di assorbenti gettati diminuirebbe drasticamente: magari utilizziamo semplicemente un salva slip giusto per sicurezza il giorno in cui il flusso è più abbondante!

E infine siamo sicure di non venire a contatto con sostanze potenzialmente tossiche: tutte le coppette (o perlomeno, tutte quelle che ho visto) sono in silicone medicale!

 

Bene, detto questo CHE COSA C’E’ DA SAPERE?

Personalmente utilizzo la coppetta da parecchio tempo e non poteva esserci cosa migliore: una volta messa posso dimenticarmi di avere il ciclo per  il resto della giornata; infatti la coppetta ha una tenuta di 12 ore, questo vuol dire che la metti la mattina e puoi tranquillamente dimenticartela fino a sera!

-Come scegliere la coppetta giusta?

Ogni marca ha solitamente due taglie di coppette: una piccola e una grande.

Se non si ha mai partorito e se non si hanno perdite abbondanti (ma veramente tanto abbondanti), la coppetta giusta da prendere è quella più piccola, viceversa dopo il parto è consigliabile prendere una coppetta più grande!

Altro fattore da non sottovalutare è la MORBIDEZZA: io nell’ordine ho utilizzato la “Ladycup”, la “Mamycup” e una coppetta della marca Lamazuna (vi lascio il link alla fine dell’articolo se siete interessate). Sono anche messe in ordine di durezza: la Ladycup è stata la più dura e proprio per questo l’ho usata pochissimo passando alla Mamycup, con la quale mi sono trovata benissimo per tanto tempo, mentre la Lamazuna ho avuto modo di provarla da poco e posso dire che è morbidissima: è stato amore alla prima palpata (maliziose), infatti ho deciso che d’ora in poi utilizzerò questa.

A parer mio più una coppetta è morbida meno la si sente addosso ed è anche più facile da togliere ed inserire!

-Tiene veramente bene?

Sì, se la posizioni correttamente tiene benissimo!

Per evitare spiacevoli sorprese, ti consiglio le prime volte di utilizzare un salva slip per sicurezza! Poi una volta che ci prendi la mano sarà tutto facilissimo!

Per posizionare correttamente la coppetta devi inserirla piegandola in uno dei due modi che vedi in foto (scegli tu quello che ti è più congeniale), e poi devi spingerla verso il coccige.

Una volta inserita, la coppetta si aprirà e aderirà perfettamente alle pareti dell’utero creando una sorta di “sottovuoto” (ma non preoccuparti, il sottovuoto totale non sarà possibile perchè sui bordi della coppetta ci sono dei piccoli fori che impediscono questo fenomeno).

Piccolo accorgimento: quando inserisci la coppetta non metterla tanto su quanto gli assorbenti interni; la coppetta fa un po’ da “tappo”, quindi non spingerla troppo in alto!

 

-Come si toglie?

Basta che tiri con un po’ di forza verso il basso la linguetta della coppetta! Ogni tanto può capitare che non venga via subito, questo può succedere per due motivi:

1)La coppetta ha aderito troppo alle pareti; soluzione: anzichè tirare verso il basso la linguetta, pinza con due dita il bordo inferiore della coppetta (dove è attaccata la linguetta per intenderci) e sfilala così!

2)Sono le prime volte che la usi, sei tesa e i muscoli vaginali sono contratti; soluzione: rilassati facendo qualche respiro, così facendo i muscoli si distenderanno.

-E la manutenzione?

Facile! Dedica un pentolino appositamente per la coppetta. Appena ti arriva il ciclo metti la coppetta a bollire per 5 minuti in modo da sterilizzarla per bene.

Una volta finiti i tuoi 5 giorni di ciclo, lavala bene con acqua e un sapone delicato (io uso un vecchio spazzolino per spazzolarla per bene e togliere gli eventuali residui dai fori), sterilizzala e riponila in un posto sicuro.

Durante i 5 giorni di ciclo puoi tranquillamente non sterilizzarla: basta solo che ogni 12h la svuoti e la lavi sotto acqua corrente, magari con un po’ di sapone!

-Se sono in giro come faccio?

No problem: svuoti la coppetta in un bagno pubblico, la puoi pulire con della carta igienica, versarci sopra dell’acqua da una bottiglietta (ma non è indispensabile) e riposizionarla.

Sinceramente mi è capitato rarissimamente di doverla svuotare in giro! La coppetta ha una tenuta di 12h (e secondo me anche di più), quindi poco prima di uscire di casa la svuoto e non ci penso più!

Ad ogni modo su internet vendono tremila tipi di accessori: guantini solo per le dita così non ci si sporca, spray disinfettanti, salviettine pulenti con aggiunta di antibatterico ecc ecc, ma sinceramente non ne ho mai sentito il bisogno.

-Si può fare sport?

Assolutamente SI! A parer mio è la cosa più comoda di questo mondo appunto perchè è come non avere niente addosso!

Regge veramente di tutto: dalla corsa, ai salti, alla piscina! Divertitevi nel metterla alla prova!!!

 

Inoltre vogliamo parlare della comodità di non avere addosso quegli orribili mutandoni da ciclo?

Libertà e comodità totale!

Se hai dubbi/perplessità/curiosità chiedimi pure! Se sono in grado, sarò felice di risponderti!

Ah, il link alla coppetta morbidissima di Lamazuna è questo: http://www.lamazuna.com/it/36-coppetta-mestruale

Buona esperienza!!

Torretta di tofu alla crema pistacchi e zucchine

Praticamente in questa stagione mi sto nutrendo di tofu e zucchine saltati in padella, variando solo le spezie utilizzate: a volte curry, a volte curcuma, a volte un mix di erbette; insomma un po’ con quel che mi gira in quel momento.

Questa ricetta però è  un po’ più golosa, ma al contempo mantiene la semplicità dello spadellare questi due ingredienti in due nanosecondi!

Ingredienti:

  • un panetto di tofu
  • una zucchina non troppo grande
  • un cucchiaio di crema di pistacchi (io ho usato quella della Damiano)
  • mezzo cucchiaino di curcuma
  • mezzo cucchiaino di zenzero in polvere
  • un pizzico di pepe nero
  • la punta di un cucchiaino di pepe di cayenna
  • un cucchiaio di aceto balsamico
  • salsa di soia qb
  • Un cucchiaione bello pieno di lievito alimentare in fiocchi

Cominciamo con le zucchine:
Taglia la zucchina a cubetti piccolini e falla saltare in padella con un goccio di acqua, aggiungi poi la curcuma, lo zenzero, il pepe, l’aceto balsamico e la salsa di soia in base al tuo gusto (non esagerare perchè se no copre troppo gli altri sapori). Una volta che la zucchina è cotta mettila da parte.

Per il tofu:
Nella stessa padella che hai usato per cuocere la zucchina, sbriciola con le mani (pulite eh) il panetto di tofu. Aggiungi il pepe di cayenna, un goccino di aceto balsamico, la salsa di soia, un cucchiaio generoso di crema di pistacchi e un cucchiaio ancora più generoso di lievito.
Fai saltare tutto per qualche minuto in modo da amalgamare tutti i sapori.

Impiatta come più preferisci e gusta con moooolta calma!

Ah, se vuoi fare questo piatto a dei bambini o se non ami particolarmente il sapore piccante, puoi omettere il pepe di cayenna e diminuire la quantità di zenzero!

Buon appetito!

Barchette di avocado, tofu, radicchio e senape

Questa ricetta è perfetta in questi giorni di caldo, quando la voglia di accendere i fornelli è poca, magari non si ha nemmeno tanto tempo, ma al contempo si ha voglia di qualcosa di sfizioso, sano e nutriente!

Ingredienti:

  • un avocado maturo
  • un panetto di tofu
  • un cucchiaio di salsa di soia
  • un cucchiaio di aceto di mele
  • un cucchiaino di senape (forte forte)
  • una spolverata di pepe di cayenna
  • una spolverata di aromi secchi (basilico, timo, rosmarino e origano)
  • radicchio

Innanzitutto riduci a purea con una forchetta la polpa di avocado in una ciotola, per aiutarti aggiungi la salsa di soia, l’aceto di mele e la senape. Alla pappetta ottenuta aggiungi gli aromi, il tofu tagliato a cubetti piccoli piccoli e il radicchio tagliato a striscioline sottili.
Mischia tutto molto bene, e gusta felicemente questo piatto sfiziosissimo!
Per un pasto completo puoi accompagnare il tutto con qualche fetta di pane integrale!

Fusilli di lenticchie al latte di cocco e rucola

Di base questo piatto non è niente di difficile, anzi, ma la combinazione di sapori che ne viene fuori è qualcosa di strepitoso!
Inoltre è anche velocissimo da fare: intanto che la pasta cuoce, si prepara il condimento!

Ingredienti:

  • pasta di lenticchie rosse (quantità a sentimento)
  • 60g circa di rucola
  • 100g di latte di cocco (messo precedentemente in frigo per una notte)
  • sale (uno, due o tre pizzichi.. insomma, fai tu)
  • pepe nero (abbondante)
  • zenzero (a stima)

Metti a cuocere la pasta, e intanto prepara il sugo: apri la lattina di latte di cocco e preleva dalla superficie circa 100g circa di “panna”; trita la rucola finemente con un coltello, aggiungila al latte di cocco e aggiungi poi le altre spezie.

Scola la pasta e mischia tutto! 🙂

Biscotti all’hummus e burro di arachidi

L’hummus di ceci diventa dolce e si trasforma in biscotto!!

Ingredienti:

  • 220g di ceci già cotti
  • 50g di burro di arachidi
  • 15g di olio di cocco (omissibile, ma a me piace tanto l’aroma)
  • 150ml di latte di soia
  • 2-3 cucchiai di stevia (ma regolatevi in base ai vostri gusti di dolcezza, a me piacciono le cose poco dolci)
  • un pizzico di sale
  • un paio di cucchiai di farina di ceci

Iniziamo con l’hummus dolce: in un frullatore metti i ceci, il burro di arachidi, l’olio di cocco, la stevia, il sale e il latte di soia. Frulla tutto fino ad ottenere una crema liscia ed omogenea (è obbligatorio assaggiare col dito per sentire se è dolce abbastanza per i tuoi gusti, e nel caso aggiungere del dolcificante).

Trasferisci il composto in una ciotola e aggiungi un paio di cucchiai scarsi di farina di ceci: inizia mettendone poca e impasta per bene, poi qualora ce ne fosse bisogno, ne aggiungerai ancora un po’ successivamente.

La consistenza dell’impasto che dovrai ottenere non sarà la classica della pasta frolla, ma un qualcosa di simile a una polpetta densa, facilmente lavorabile con le mani e un po’ sbriciolosa.

Preleva una cucchiaiata di impasto dalla ciotola, dagli una forma rotonda e piatta (ma anche ovale, quadrata, a disco volante, o se vuoi imitare qualche quadro di Mondrian o Kandinskij sei libero di farlo), mettilo su una teglia da forno ed inforna a forno statico preriscaldato a 190° per 10 minuti + altri 5 minuti a forno ventilato.

Aspetta  il raffreddamento dei biscottini prima di mangiarli!

Scelte alimentari (e non solo)

Dopo mille inizi e cancellamenti degli inizi, mi trovo davanti al monitor a non avere scritto ancora mezza riga.
Ho un problema: cercare di rendere chiaro e semplice un argomento piuttosto complesso.

Argomento: scelte alimentari! Tema che in questi ultimi tempi, per qualche strana ed oscura ragione, scatena le più grandi e accese polemiche.

 

Ah, piccolo disclaimer: ciò che scrivo sono pensieri PERSONALI; non sto dicendo che siano giusti/sbagliati/sensati/non sensati. Nel totale rispetto di chi ha una visione diversa dalla mia e dell’INDIVIDUALITA’ di ogni persona , non voglio convincere nessuno, indurre conversioni religiose, NE TANTOMENO ESPRIMERE GIUDIZI MORALI. Le parole che stai per leggere hanno la sola funzione di descrivere (per come riesco) la mia visione delle cose.

 

Chi mi conosce, sa bene che non mangio determinate cose: no carne, no pesce, no latte e derivati, no uova.  Potrei usare l’aggettivo “VEGAN”, ma sono cauta nel farlo: in questo caso potrebbe essere fuorviante e anche molto riduttivo, trovo che l’utilizzo di un’etichetta di questo tipo crei troppi confini, e questo non è il mio scopo, almeno in questo momento.

Ho deciso di scrivere questo post a seguito di parecchie domande sul perchè mangio come mangio!

La risposta più immediata e banale potrebbe essere: perchè sento che va bene così!
Ma cerchiamo di approfondire di più la questione.

E’ circapiùomenoquasi un terzo della mia vita che ho cambiato alimentazione, e il tempo ha fatto sì che io riflettessi su parecchie questioni riguardanti questo argomento.

Torniamo alla domanda iniziale: PERCHE’?
Potrei cominciare ad argomentarti le questioni classiche che un vegano medio racconta ad amici, parenti e conoscenti: questioni etiche, ecologiche, salutistiche o addirittura filogenetiche della specie umana, ma che non sento mie al 100%; o meglio, personalmente le sento come dei corollari a qualcosa di più profondo.

Mi spiego!

A chi non è capitato di compiere delle scelte, anche piuttosto importanti come il percorso di studi da intraprendere, cambiamenti nella propria vita sentimentale, lavorativa o intima e personale, in via non del tutto razionale? Ci sono scelte che secondo me esulano (magari solo superficialmente) da una totale comprensione conscia delle motivazioni sottostanti.
Ci sono scelte parzialmente guidate da una parte razionale, ma il peso maggiore è dato da un sentimento e/o una sensazione di un qualcosa di “giusto”, un qualcosa di più profondo che sfugge ai sistemi logici di ragionamento classico a cui siamo abituati, ma non per questo meno forte, anzi. Oggettivamente (sembra un paradosso), parliamoci chiaro: le nostre scelte sono guidate perlopiù dalle sensazioni!

Ecco, la scelta di non mangiare più animali è stata generata da una serie di sensazioni:
Da una sensazione di “amore per la vita”, dal fatto di riconoscere l’unicità di ogni essere e di rispettare questa unicità quanto più possibile. Una sensazione che probabilmente è nata dal semplicissimo fatto di osservare un essere vivente negli occhi. Lo hai mai fatto? Non un semplice sguardo, parlo di un’osservazione più profonda che necessita di qualche istante in più di quel che sei normalmente abituato.
Da una sensazione di “voler prendermi cura di…”. Prendermi cura della Vita (e quindi delle vite) nel miglior modo possibile e con il mezzo di cui credo di disporre: la scelta consapevole delle mie azioni! Una scelta che non riguarda solo il campo alimentare, ma anche quello cosmetico, l’abbigliamento, ecc ecc fino a toccare sfere più personali come il voler essere coerente alla mia moralità.
In passato mi sono chiesta: che diritto ho di decidere della vita di qualcun altro? Siamo esseri umani, e abbiamo millemiliardi di capacità in più rispetto ad un animale, capacità che personalmente, da essere umano, mi sento in dovere morale di mettere a servizio di un magnifico equilibrio che permea questa vita, seguendo il consiglio di Baden-Powell che ha detto: “Cercate di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto non l’avete trovato”.
Da una sensazione di “ingiustizia” nel togliere una vita a qualcun altro per nutrirmene quando posso tranquillamente farne a meno: mi rendo conto di vivere in un contesto sociale estremamente agiato nel quale ho la possibilità di scegliere cosa, come, quanto e quando mangiare. Ogni giorno faccio tesoro di questa fortuna e scelgo di nutrirmi nel modo in cui sento di creare meno sofferenza possibile.
La sento anche un po’ come una forma di gratitudine nei confronti di quello che vivo.

Tutte queste sensazioni si attengono alla mia personalissima SFERA MORALE, e qui colgo l’occasione per parlare di etica e morale.
Molti vegani dicono di esserlo per ragioni etiche. Sacrosantissime ragioni alle quali anche io spesso e volentieri mi unisco, ma con la consapevolezza che le questioni etiche variano da contesto a contesto, mentre le questioni morali attengono più ad un qualcosa di personale, un qualcosa di più intimo e difficilmente “relativizzabile” (in questa categoria ci metterei dentro le condizioni da lager di molti animali negli allevamenti intensivi). Ci sono realtà in cui ciò che noi (e per “noi” intendo uomo medio occidentale) riteniamo etico, decade completamente perdendo valore.

Un discorso simile può essere fatto per la questione ambientale. Senza dubbio l’impatto ambientale di un allevamento (specie se intensivo) è devastante, più di quanto lo sia un campo di qualsiasi cosa coltivabile, ma secondo me questo gran dilagare di problemi è dovuto un po’ allo stile di vita assurdo a cui siamo abituati: compra, consuma, spreca, compra, consuma, spreca (compra, consuma, crepa-CCCP) e via così in un loop senza fine; questo non solo in ambito alimentare, dove ogni giorno si buttano via tonnellate di cibo, ma da tutte le parti, per ogni cosa: tra tutte le cose che hai, quali sono quelle che realmente ti servono?
Non sono una di quelle persone che va contro ogni forma di allevamento, anzi, seppur non condivida al 100% mi rendo conto che fin da sempre gli animali sono stati allevati dall’uomo, e probabilmente sarà così per ancora taaaaantissimo tempo. Ci sono realtà in cui l’allevamento è la principale fonte di sostentamento (poi mettiamoci dentro anche le tradizioni, gli aspetti culturali, ecc) e va benissimo così.
Ciò che mi fa rabbrividire sono le condizioni degli allevamenti intensivi, dove l’animale perde completamente la sua dignità, diventando simile ad un oggetto come può essere un detersivo per i piatti.
Sono due modi totalmente diversi di trattare gli animali, per nulla paragonabili, quindi mi fermo qui perchè il discorso diventerebbe troppo lungo.

Analogamente c’è la questione salute. Tantissime persone diventano vegane per risolvere disturbi più o meno gravi, avendo esiti sia positivi che negativi. Ecco, forse è proprio il discorso salute quello che suscita più scalpore, probabilmente perchè è quello che ci tocca più da vicino. In questo campo si dice tutto ed il contrario di tutto: ci sono studi scientifici che dicono una cosa, e altri studi che disconfermano quella cosa.
Non ho nè le conoscenze, nè le competenze per potermi esprimere a riguardo, ma posso dire che non ho mai visto una verità assoluta e monolitica.
Credo che la salute sia un argomento piuttosto complesso, difficilmente trattabile con delle sole argomentazioni di tipo alimentare.

Come dicevo all’inizio, tali questioni le prendo con un po’ di relativismo, apertissima al dialogo, ma consapevole che le opinioni sono tante quante le persone nel mondo (e anche io ho le mie, ma anche in questo caso il discorso si dilungherebbe veramente troppo).

 

In conclusione

Mi piacerebbe solo invitarti a riflettere, in questo caso a riflettere su ciò che stai portando alla bocca, che sia di origine animale, vegetale, aliena o altro ancora: che cosa mangi? Che storia ha? Da dove arriva? Quanti km ha percorso (se ne ha percorsi)? Che cosa comporta il fatto di mangiare quella cosa lì? Che vita ha avuto? Ha generato sofferenza? Quante risorse energetiche sono state utilizzate per produrla? Insomma, poi ognuno si può porre le domande del caso.

Siamo esseri estremamente abitudinari: la maggior parte delle cose che facciamo sono guidate da una sorta di “pilota automatico” interno che spesso ci fa agire senza che noi ci poniamo delle domande sul significato e sulle conseguenze delle nostre azioni (il che può essere sia un pregio che un difetto, l’importante è esserne consapevoli).
Questo pilota automatico ha tante madri: contesto sociale, contesto familiare, contesto educativo, fattori personali ecc..
La cosa importante secondo me è che tu rifletta, ma che rifletta veramente, con la TUA testa e non con la testa del tuo vicino di casa, dei tuoi genitori, del tuo guru del momento o di qualche moda. E mi auguro che queste tue riflessioni, qualunque esse siano, siano seguite da delle azioni quanto più coerenti, nel totale rispetto del tuo essere fisico, psicologico e spirituale, della tua integrità morale, del tuo livello di sensibilità, ma anche nel rispetto di ciò che ti circonda e del bellissimo equilibrio di cui tu fai parte.

 

Ti ringrazio se sei arrivato fin qui, e mi scuso per aver toccato in modo superficiale molti argomenti (ma capiscimi, le cose da dire possono essere infinite)!
Se sei interessato a qualche approfondimento scrivimi perchè mi farebbe molto piacere un confronto.
Buona riflessione!

Salsa alla carota, senape e zenzero

Questa è una salsina tipo mayonese, o meglio, salsa rosa, ma moooolto più leggera!

Ottima in estate per condire un’insalata verde, oppure per accompagnare un piatto di cereali o perchè no, come sugo rapido per una pasta!

La ricetta, come al solito è di una semplicità imbarazzante, e l’accostamento dei sapori rende unica questa salsina!

Per farla occorrono:

  • una carota abbastanza grande
  • 125g di yogurt di soia naturale
  • un pizzico di pasta di umeboshi
  • un cucchiaino di senape forte (ma forte forte)
  • un cucchiaino di aceto balsamico (quello bello denso e poco acido)
  • un cucchiaione di olio di canapa
  • mezzo cucchiaino di zenzero in polvere
  • un pizzico di cayenna

Easy: frulla insieme tutti gli ingredienti fino ad ottenere una crema liscia e omogenea!

Qui l’ho usata per condire un’insalata fatta da iceberg, radicchio rosso, cetrioli e seitan a cubetti!

Yogurt di soia al burro di arachidi

Yogurt.. insieme alla barbabietola e al tahin, è una cosa che mangerei ad oltranza senza mai stufarmi.
Essendo che ne mangio parecchio, sia a livello economico che per quanto riguarda la plastica prodotta, mi conviene autoprodurlo!

Autoproduco lo yogurt da parecchi anni ormai, e nel corso del tempo ho avuto modo di sperimentare varie ricette, più o meno bizzarre e più o meno soddisfacenti.

La cosa “difficile” dello yogurt di soia è la riuscita di una consistenza densa, cremosa e non un’acquetta fermentata che sa di acidulo (quante volte ho dovuto riciclare acquette di questo tipo facendo delle torte!).

Dopo varie ricerche ed esperimenti, ho appurato che la cosa fondamentale per una buona riuscita dello yogurt è la materia prima, ovvero le caratteristiche del latte!

Il latte deve avere un’ elevata percentuale di soia (almeno l’ 8-9%), il che si traduce in un latte contenente un buon quantitativo di grassi e proteine; infatti, per 100g di prodotto, i grassi non devono essere inferiori ai 3g e le proteine ai 5g (poco più o poco meno eh, non siamo così pignoli). Inoltre il latte non deve contenere sostanze aggiunte come addensanti, vitamine, oli ecc ecc..

Quindi la cosa è: o vi producete in casa un latte con abbondante soia, oppure andate a comprare un latte al supermercato avendo cura di leggere gli ingredienti e i valori nutrizionali della confezione.

Ma che fare se non si trova un latte con queste caratteristiche e si ha solo un latte meno “strong”?
No problem: ci vengono in soccorso i burri di frutta secca!!

In questo caso ho utilizzato il burro di arachidi, e questo yogurt ha un piacevolissimo retrogusto “arachidoso” che per gli amanti sarà una goduria! Ma ci si può sbizzarrire con qualsiasi altro burro: mandorle, nocciole (gam!!!), anacardi, cocco (ri-gnam!!) ecc..

In sostanza che si fa?

  • 1l di latte di soia
  • 100-120g di burro (qui di arachidi)
  • 120g di yogurt starter

Frulla con un frullatore ad immersione molto molto molto molto (e dico molto) bene tutti gli ingredienti.
Metti tutto nella yogurtiera per 9h circa e..stop!!

Tutte queste parole per due righe di descrizione!!

Buona yogurtata!!

Stare a piedi nudi

“Sei una persona con i piedi per terra”!
Qualcuno se lo sarà sentito dire. E’ un detto che denota una persona concreta, molto radicata alla “realtà oggettiva”.

Radicata… a proposito di radicamento, ho già citato Lowen in un articolo precedente ; bene il nostro (ormai) amico ha dedicato un intero capitolo al “radicamento” (o “grounding” ,come chiama lui) nel suo libro “La spiritualità del corpo”.
Riporto le sue parole:

[…] grounding o “messa a terra”, ossia il collegamento energetico con la terra. Se un sistema energetico (per esempio un circuito elettrico) non ha la messa a terra, c’è il rischio che un sovraccarico lo travolga e lo faccia saltare. Allo stesso modo gli individui privi di grounding rischiano di essere travolti dalla forza delle sensazioni […] .
Noi esseri umani siamo come gli alberi: radicati al suolo con un’estremità, protesi verso il cielo con l’altra, e tanto più possiamo protenderci quanto più forti  sono le nostre radici terrene. Se sradichiamo un albero, le foglie muoiono; se sradichiamo una persona, la sua spiritualità diventa un’astrazione senza vita.
Alcuni potranno obiettare che gli uomini non hanno radici come gli alberi. Ma, in quanto creature terrestri, noi siamo collegati al suolo con i piedi e con le gambe.
[…] In bioenergetica il termine grounding rimanda al collegamento della persona con la terra, che è la sua realtà fondamentale.

Fortunatamente nel corso dei secoli l’uomo ha inventato le scarpe (che via via sono riuscite ad allontanarsi dalla loro originaria funzione di semplice protezione, assumendo forme più o meno belle, varie utilità in funzione del contesto ecc ecc… diciamo che il range di funzioni che le scarpe hanno assunto si è ampliato nel corso del tempo), utilissime ed essenziali per molte faccende.

Beeelle le scarpe (il 90% delle donne lo sa bene), ma ogni tanto è bene toglierle e viaggiare a piedi nudi.
Più che ogni tanto, sarebbe meglio ogni spesso, ma ognuno fa quel che può.


Viaggiare a piedi nudi apporta tanti benefici alla salute!

Innanzitutto migliora la postura: già il fatto che la maggior parte di noi trascorra il tempo china su una scrivania non è una gran cosa, in più se aggiungiamo il fatto che quando camminiamo usiamo delle scarpe che, per quanto comode (ma spesso usiamo scarpe terribili con suole piattissime o tacchi di discutibile comodità), costringono il piede in una posizione non ottimale all’appoggio e quindi la falcata, la posizione della schiena, del collo, della testa e del corpo in generale ne risentono negativamente, portandoci eventualmente a sentire dei dolori a livello di schiena, collo o anche mal di testa (si, anche il mal di testa può essere frutto di una scorretta postura) .
Quando camminiamo a piedi nudi il nostro corpo assume naturalmente una postura corretta! Non può che farci bene, giusto?

Qualora usassimo delle scarpe da ginnastica supermegaiperultra performanti (ed in alcuni sport come per esempio la corsa è bene usarle), i muscoli preposti alla stabilizzazione del piede e delle caviglie e della gamba ne risentono, si “impigriscono” e possono portare ai malesseri sopra citati.
Quindi sarebbe carino che le persone che si sentono immuni ai problemi di postura grazie alle loro scarpe/solette/aggeggi vari, rivedano un pochino questa posizione (nei limiti del buon senso, ovviamente).

Camminare a piedi nudi fa benissimo alla circolazione sanguigna! Questo è un argomento che riguarda molto le donzelle: problemi come ritenzione idrica, sensazione di pesantezza alle gambe ecc, possono essere causati da delle scarpe non idonee ad un corretto appoggio del piede (tacchi, ballerine o altre cose strane non sono molto amiche della salute dei piedi e delle gambe).
Camminare a piedi nudi favorisce un corretto ritorno venoso e può giovare a questo tipo di problemi.

Migliora le prestazioni sportive. Si, perchè migliorando la postura e non lasciando impigrire i muscoli stabilizzatori, l’equilibrio (e conseguentemente anche la coordinazione, la velocità, la potenza ecc..) del corpo migliora notevolmente e questo non può che far bene alle performances atletiche!
Quindi gente, durante i vostri allenamenti usate le scarpe solo per lo stretto indispensabile!

Inoltre, secondo la medicina tradizionale cinese, nel piede terminano tantissimi meridiani, quindi camminando a piedi nudi riusciamo a massaggiarli un po’ tutti, facendo un enorme favore a tutti i nostri organi interni che ci ringrazieranno funzionando al meglio!

E poi beh, le parole di Lowen sono state abbastanza esaustive, secondo me.

 

Ma al di là di tutto, camminare a piedi nudi la trovo un’attività proprio bella!!
Personalmente mi da un sacco di felicità e soddisfazione: camminare in un prato e sentire il contatto dei piedi con l’erba oppure camminare sulla sabbia (beh, magari non quando è a tremilaottocento gradi) o sul bagnasciuga sono cose bellissime!
Sono momenti in cui me la godo proprio tanto!

Torta salata di zucchine, seitan e ceci

Quando hai una sovrabbondanza di zucchine e degli avanzi di vario genere in frigorifero, una torta salata è praticamente d’obbligo.

Questa torta è buonissima già di base, ma secondo me ciò che la rende veramente particolare sono il mix di spezie ed erbe che ho utilizzato. Per farla occorrono:

  • 3 zucchine
  • una confezione di seitan
  • un barattolo di ceci
  • 150g di farina di ceci
  • 200-250 ml di acqua
  • un cucchiaio di olio
  • aglio in polvere qb
  • sale qb
  • pepe qb
  • cumino qb
  • curcuma qb
  • paprika dolce qb
  • un pizzico di cannella (si, cannella)
  • prezzemolo secco qb
  • origano qb
  • qualche fogliolina di menta
  • peperoncino a seconda della piccantezza desiderata
  • un paio di rametti di rosmarino

Innanzitutto taglia le zucchine a rondelle e falle saltare in padella.
Intanto crea una pastella molto fluida con la farina di ceci e l’acqua e l’olio alla quale poi aggiungi tutte le spezie e le erbe.
Taglia il seitan a piccoli cubetti e uniscilo alla pastella creata precedentemente. Unisci poi le zucchine (che si saranno raffreddate) e i ceci scolati.

Mescola bene tutto, metti in una tortiera e via in forno a 180° per 40 minuti circa.

 

Mangiata fredda come pranzo o cena estiva è il massimo!

 

 

Da malattia a benattia

Ci sono persone che colpiscono.

Colpiscono senza necessariamente un motivo ben definito, logico e razionale. Colpiscono per un’emozione, una sensazione, un qualcosa di indefinito che permea il loro modo di vivere, il loro modo di fare, la loro personalità, la loro storia ed il loro essere.

Il protagonista di questa (prima) storia è una di quelle persone.

Lui si chiama Antonio e ho la sensazione che dare le classiche informazioni su di lui come quanti anni ha, che lavoro fa e così via, ci allontani dal conoscere chi realmente lui sia.

La cosa che colpisce di più di Antonio è la sua calma, la sua serenità, ma soprattutto la sua positività, una positività che sembra contagiosa! Antonio è una di quelle persone che riesce ad apprezzare e a godere fino in fondo delle piccole cose della vita; e no, non è una di quelle frasi fatte che spesso si sentono in giro: dopo una serata passata in sua compagnia, ci si può rendere conto della profonda verità di queste parole.

Le nostre caratteristiche personali sono per la maggior parte frutto di esperienze che abbiamo vissuto e di cosa siamo riusciti a comprendere da queste esperienze.

Così, le qualità di Antonio appena descritte sono nate, cresciute e sviluppate grazie al modo in cui lui è riuscito ad interpretare gli eventi della sua vita, dal momento in cui è nato fino ad ora.

Ci sono eventi più impattanti di altri, eventi che lasciano un segno indelebile nei nostri ricordi e nelle nostre emozioni. Questi eventi possono essere sia belli che brutti e hanno il potere di direzionare il corso della nostra esistenza.

Brevissimamente: ad Antonio nel 2002 è stato diagnosticato il morbo di Crohn, malattia che fino al 2009-2010 non ha dato troppi problemi. Ad un certo punto le cose sono peggiorate drasticamente fino a portarlo in fin di vita.

Provate a pensare come si possa sentire un ragazzo giovane al quale viene detto che di lì a poco sarebbe finito tutto e intanto sta provando dolori fisici indescrivibili che gli rendono impossibile vivere.

Antonio avrebbe dovuto subire un’intervento che però aveva pochissime probabilità di andare a buon fine.

Sicuramente questo fatto ha tutto il diritto di rientrare nella categoria di “eventi fortemente impattanti”.

Antonio ha deciso di non operarsi e di provare a percorrere la strada di una guarigione forse più lenta, forse più difficile, ma sicuramente una guarigione profonda, naturale, reale e duratura che lo ha portato a riscoprire parti di sè che negli anni aveva imparato a soffocare.

Affidandosi ad una figura competente, ha cambiato modo di alimentarsi in modo tale da poter permettere al proprio corpo di mettere in atto quei magici processi di “restauro” di cui è capace; e poi pian piano ha cambiato modo di pensare, ha cambiato modo di approcciarsi alla vita, insomma ha “cambiato” tutta la sua vita.

Metto cambiato tra virgolette perchè Antonio dice che apparentemente è cambiato tutto, ma in realtà questo evento gli ha permesso di riscoprire un Antonio vero, senza maschere e senza filtri, un Antonio che era lì, dentro di lui ma al quale non ha mai dato molto ascolto.

Ha scelto di intraprendere un percorso di apertura verso la vita, di conoscenza e di riscoperta interiore; un percorso che probabilmente all’inizio non è stato facile perchè lo ha portato a “perdere” tutto ciò che aveva: compagna di vita, lavoro e amici, ma che poi gli ha restituito tutto in maniera più abbondante e più in sintonia con la sua vera natura.

Dalla sofferenza si impara, e anche molto.

Certe situazioni-limite ci permettono di riflettere profondamente sul significato della vita, su cosa abbiamo fatto fino ad ora, e su cosa sia realmente significativo al fine di un’esistenza gioiosa e prospera.

Antonio ha imparato ad accarezzare la propria vita, e la vita di chi lo circonda. Delicatamente, proprio come una carezza: semplicemente grazie al suo essere, Antonio ha questa magia di riuscire ad infondere nelle persone la gioia di vivere e la bellezza di apprezzare le piccole cose della vita, e di essere grati e gioiosi di ciò che il mondo può offrire.

Ecco che la malattia si è trasformata in benattia (detta alla Francesco Oliviero).

Grazie a questa esperienza ha acquisito una visione più ampia dell’essere umano: ora sta studiando medicina tradizionale cinese e trattamenti energetici, ed inoltre si occupa di divulgare l’amore per il cibo (cibo sia per il corpo che cibo per l’anima). L’amore per il cibo naturale, semplice, vivo, un cibo che gli ha permesso di acquisire un livello di salute tale da affermare di stare meglio di prima che si ammalasse.

Vi lascio un breve video nel quale Antonio racconta un pochino di sè stesso:

Il fatto di essere felici, di provare felicità in maniera costante, di far si che la felicità sia presente in ogni momento della propria vita probabilmente è una scelta. Una scelta che arriva pian piano oppure arriva all’improvviso dopo eventi fortemente impattanti.

Antonio è una di quelle persone che trasmette felicità e trovo che questa poesia, “Ode al giorno felice” di Neruda lo rappresenti a pieno:

Questa volta lasciate che sia felice,

non è successo nulla a nessuno,

non sono da nessuna parte,

succede solo che sono felice

fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando, dormendo o scrivendo,

che posso farci, sono felice.

Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,

sento la pelle come un albero raggrinzito,

e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,

il mare come un anello intorno alla mia vita,

fatta di pane e pietra la terra

l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,

tu canti e sei canto.

Il mondo è oggi la mia anima

canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,

lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia

essere felice,

essere felice perché sì,

perché respiro e perché respiri,

essere felice perché tocco il tuo ginocchio

ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo

e la sua freschezza.

Oggi lasciate che sia felice, io e basta,

con o senza tutti, essere felice con l’erba

e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,

essere felice con te, con la tua bocca,

essere felice.

Grazie therawildmind!

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Filosofeggiando sulla consapevolezza

Consapevolezza… Molte persone la definiscono una pratica che comporta l’apprezzamento della pienezza di ciascun istante della nostra esistenza, la messa in discussione della nostra visione del mondo, della posizione che vi occupiamo e un qualcosa che riguarda il mantenimento del contatto con la realtà; altri la definiscono come uno stato nel quale la mente osserva qualcosa senza accettarlo o rifiutarlo, un vedere le cose come realmente sono, senza essere “ofuscati” dai sentimenti, dai giudizi o dall’umore del momento; altri ancora la vedono come una forma di energia che permea tutto l’universo, altri come un risultato di lunghe pratiche meditative. Mille modi diversi di vedere un concetto!

Sicuramente la consapevolezza non è un semplice “essere informati” sulle cose (e per cose intendo sia tutte le “cose” di questo mondo, sia tutte le nostre “cose” interiori), e nemmeno conoscere queste cose, in modo più o meno approfondito, è sinonimo di esserne consapevoli.
La consapevolezza è qualcosa di più “intimo”, un qualcosa di più emozionale che intellettuale, una forma di conoscenza interiorizzata e perfettamente in armonia con il nostro essere. Si diventa consapevoli di qualcosa solo quando se ne fa esperienza diretta e non semplicemente leggendo o studiando argomenti random qua e là.
Il classico esempio del bambino che si scotta con il fuoco calza a pennello: un genitore può avvertire il bimbo in ogni modo di non mettere la mano sul fuoco perchè brucia, ma fino a quando il bimbo non sperimenterà questa cosa non ne sarà pienamente consapevole.
Una volta che si è consapevoli di qualcosa è difficile tornare indietro: la consapevolezza inevitabilmente direziona la nostra vita, le nostre scelte, le nostre azioni, la tipologia dei nostri pensieri, dei nostri valori e il nostro senso dell’etica.

Per me la consapevolezza é un po’ una caratteristica intrinseca dell’essere umano (in alcune persone è più viva e presente, in altre è più sopita), bisogna solo scegliere di utilizzarla e coltivarla (é un po’ come quando si sceglie che scuola fare, che lavoro fare o che direzione dare alla propria vita).. É un tipo di “attenzione” che produce maggior lucidità, chiarezza ed accettazione della realtà in atto; ci permette di trovare (e mantenere, grazie ad una scelta consapevole che rinnoviamo istante per istante) il senso di gratitudine e amore verso tutte le cose della vita (belle o brutte che siano).

Indubbiamente è un punto di arrivo, ed è bello poter fantasticare sul fatto che un giorno si potrà vivere in modo pienamente consapevole.

Armonia

Lowen diceva:

“É solo nella perfetta armonia tra mente, corpo ed emozioni che possiamo raggiungere un senso di integrità morale e personale, di amore per gli altri e di rapporto col divino. Grazie a questo sublime equilibrio é possibile conseguire quello “stato di grazia” tanto difficile da ottenere nella vita odierna”.

Armonia, equilibrio.. Spesso le persone si focalizzano sullo sviluppo di una (o poche) qualità, concentrandosi, per esempio, di più sullo sviluppo fisico e trascurando quello mentale, morale, spirituale ed impegno sociale; o viceversa mettono più energia nello sviluppo mentale trascurando il resto.. A cosa serve avere un bel corpo se poi non sappiamo pensare, riflettere sul significato delle nostre azioni, delle nostre scelte? E a cosa serve avere un bel cervello se poi non abbiamo un corpo che ci sostiene? C’é una profonda verità nelle parole di Lowen: siamo degli esseri complessi, ed il fatto di non prendersi cura di ogni nostro aspetto é una mancanza di rispetto dei confronti di noi stessi e della meravigliosità della vita, oltre al fatto di non permetterci uno sviluppo sano e completo in questo mondo!