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Cibo per la mente

Emozioni e sentimenti – lettera all’autunno

Da qualche giorno siamo ufficialmente entrati nella stagione autunnale.
Ammetto di non essermene proprio accorta, presa dai miei millemila pensieri e cose da fare.

Distratta!
Ma ora che è arrivato posso scrivergli una lettera.

“Caro autunno,
sei arrivato senza far rumore, o forse ne hai fatto, ma era meno forte di quello che c’era nella mia testa.
Poco importa, sei qui ed egoisticamente ti dico che sei bello.
So che non piaci a molte persone perchè porti con te aria di malinconia: le foglie piano piano diventano più secche e cambiano colore, gli alberi cominciano lentamente a spogliarsi restando nudi. Chissà se loro provano vergogna nel restare completamente spogli davanti a tutto il mondo – forse un pochino si: le loro foglie diventano rosse proprio come le nostre guance prima di cadere a terra per proteggere le radici dal freddo che arriverà.
Anche le giornate, come gli alberi, cambiano. Cambiano per la quantità di luce disponibile, ma non per la quantità di impegni, ad insegnarci che molte cose dobbiamo imparare a farle nonostante il buio (anche quando il buio è dentro di noi).

Autunno, sai dirmi perchè i cambiamenti generano spesso malinconia nelle persone?
Secondo me perchè in qualsiasi forma di cambiamento c’è qualcosa che si deve lasciar andare.
Magari non per sempre, magari è una cosa che tornerà nuovamente come le foglie sugli alberi, ma non sarà la stessa identica di prima.


Ma.. forse la domanda giusta è un’altra: Autunno, sai dirmi perchè alle persone non piace la malinconia?
Questa cosa proprio non la capisco.
Forse perchè viene confusa con la tristezza, e la tristezza si sa, non piace a nessuno!
Non so se hai mai fatto un giro sul web, ma appena smetti di lavorare e arriva il tuo collega Inverno ti consiglio di farlo: è pieno di consigli su come “superare la tristezza”, “trasformare la tristezza”, “combattere la tristezza”, ma ben pochi dicono come viverla pienamente e consapevolmente!
Ma questo non risponde alla domanda.

Secondo me le persone spesso confondono EMOZIONI e SENTIMENTI, specie quando i sentimenti sono così sottili, leggeri e lievemente percettibili come la malinconia (insomma, la malinconia non è una roba così grande e grossa come può essere l’amore).

Quando ci sentiamo malinconici tendiamo ad associare il nostro stato d’animo alla tristezza, ma sono due cose diverse.

Le EMOZIONI riguardano un aspetto istintivo del nostro sentire, sono una cosa molto antica perchè radicata in parti del nostro cervello ataviche. Il loro scopo generale è quello di produrre una risposta specifica a uno stimolo (per esempio se stai camminando per strada immerso nei tuoi pensieri e all’improvviso senti un clacson che ti suona, potresti provare paura).
Le emozioni possono essere misurate oggettivamente (con i limiti della strumentazione e delle conoscenze che fino ad ora abbiamo) dal flusso di sangue, dall’attività cerebrale, dalle espressioni facciali e dalla posizione del corpo.
Le emozioni sono reazioni di valenza affettiva a certi stimoli, che possono essere esterni come un suono, un odore, un oggetto, o interni, come un pensiero o un ricordo. Le emozioni scatenano una serie di risposte ormonali e neurochimiche che producono uno stato di attivazione, spingendoci all’azione.

I SENTIMENTI sono una cosa un po’ più intima e meno “oggettivabile”, ma non per questo meno reali.
I sentimenti generano le stesse risposte fisiologiche e psicologiche delle emozioni, ma hanno una valutazione consapevole incorporata. In pratica coinvolgono la consapevolezza e l’apprezzamento delle emozioni e l’esperienza affettiva che stiamo vivendo.
Detta in parole povere sono delle emozioni con un allegato nostro totalmente personale che dipende da tantissimi fattori: il nostro temperamento, il contesto, le nostre esperienze passate, i nostri vissuti ecc..


L’emozione viene prima ed è universale.
I sentimenti sono associazioni mentali e reazioni a un’emozione e sono personali.
Due persone possono sentire la stessa emozione, ma viverla in modi diversi

Il Prof Baiocchi definisce il sentimento come un’evoluzione dell’emozione: il sentimento è una cosa molto più complessa che può contenere sia l’emozione negativa che quella positiva.

Autunno, scusami se mi sono dilungata in questo spiegone un po’ più noioso e tecnico, ma secondo me è importante che le persone imparino a distinguere queste due cose.
Soprattutto perchè spesso proviamo fastidio nel provare emozioni contrastanti verso una determinata cosa e scegliamo di provarne o una o l’altra, vivendo così esperienze o solo bianche o solo nere.

Il mondo è colorato e tu ce lo dimostri con tutte le sfumature dei tuoi colori.

Caro Autunno, grazie per avermi letta fino a qui.

Ti abbraccio,
Nat. “

Come capire se quello che provo è un’emozione o un sentimento?

Carta e penna alla mano, scrivi in merito a quello che stai vivendo:

  1. Durata – Da quanto dura ciò che stai provando? . Le emozioni sono stati transitori che vanno e vengono in tempi relativamente brevi, per esempio quando ti arrabbi: inizialmente sei arrabbiato forte forte, ma dopo qualche ora (se eri arrabbiato veramente forte, ma se no 20-30 minuti passa) .
    I sentimenti sono più stabili nel tempo, sempre con l’esempio della rabbia: una volta passata può lasciare spazio ad una sensazione di amarezza che dura nei giorni seguenti.
  2. Ordine di apparizione – C’è stao qualcosa prima?. Generalmente le emozioni compaiono prima dei sentimenti.
    Cerca di ripercorrere all’indietro l’evolversi dello stato che stai vivendo.
  3. Intensità – Quanto è forte ciò che stai provando?. Siccome lo scopo delle emozioni è di predisporci all’azione, esse sono molto intense!.
    I sentimenti, avendo anche una componente più “valutativa” sono meno intensi.
  4. Livello di elaborazione – Quanto ci pensi su per esprimerlo?. Le emozioni sono date inconsciamente, generando una risposta quasi immediata, mentre i sentimenti, richiedendo più tempo per la loro formazione, vengono elaborati in modo consapevole.
  5. Grado di regolazione – Quanto riesci a controllarlo?. Le emozioni sono difficili da controllare perché generano reazioni psicofisiologiche automatiche. Per esempio, non possiamo contenere del tutto emozioni come la paura o la gioia, anche se siamo bravissimi a controllarle in qualche modo vengono fuori: battiti accelerati, respiro corto, pupille dilatate. Sono delle reazioni fisiologiche automatiche.
    Le sensazioni invece sono molto più gestibili tanto da non renderle manifeste.

CRESCITA PERSONALE, facciamo due chiacchiere

Questo articolo nasce dall’idea di Valentina Vico (@vale_naturalentamente): una staffetta dove ogni settimana, dieci donne diverse, portano le loro riflessioni su un determinato argomento, nella speranza di stimolare riflessioni, dialoghi e confronti con i lettori.

Oggi si parla di “crescita personale”, un tema che in occidente sta prendendo parecchio piede negli ultimi anni.

Inizio col dare la mia personale e un po’ banale, ma efficace definizione: per me “crescita personale” significa semplicemente sviluppare le proprie qualità al loro massimo potenziale.
Il discorso potenzialmente si potrebbe concludere qui, ma noi facciamo quelli che ora decidono di aprire un mondo!

Facciamo un’analogia!
Prendiamo un seme; per poterlo fare crescere al meglio dobbiamo sapere di che seme si tratta, se è una palma, un baobab, una betulla o un ciliegio (si sa che piantare un baobab in una foresta di betulle non è un’idea definibile come grandiosa).
Per crescere al meglio è di fondamentale importanza conoscere la nostra vera natura; fondamentalmente proviamo a rispondere alla domanda “chi sono io?”.
Senza una risposta adeguata risulta difficile far crescere qualcosa che non si conosce.

Ma proviamo a mantenere, per quanto possibile, uno spirito pragmatico; ci sono delle costanti di cui bene o male tute le piante hanno bisogno: luce, acqua e una superficie su cui crescere.
Per noi umani è uguale, tutti noi abbiamo bisogno delle stesse cose per crescere interiormente, ma ognuno ha percorsi differenti.

La crescita personale, dal mio punto di vista, non è un’opzione, ma una necessità, un impulso innato che ogni essere umano possiede, magari in modo latente o in modo molto manifesto, ma comunque presente.
Ogni azione, ogni scelta, ogni pensiero che facciamo lo facciamo perchè crediamo che questo ci possa rendere felici. Anche gli sbagli!
La crescita personale è uno strumento che ci permette di trovare la felicità che cerchiamo, una felicità a lungo termine, duratura, solida, inattaccabile, una felicità legata molto al senso di soddisfazione personale dovuto ad una perfetta armonia tra quello che pensiamo, quello che sentiamo e quello che facciamo.

Con discreta sicurezza possiamo dire che ognuno di noi decide di intraprendere un percorso di crescita personale per raggiungere un senso di autorealizzazione (tutti noi vogliamo il nostro bene, giusto?); nessuno vuole vivere soffrendo e nessuno vuole vivere una vita dove si sente insoddisfatto!
La maggior parte di noi è abituata a pensare alla crescita personale come qualcosa di esclusivamente individuale e in parte è verissimo: nessuno può crescere al posto nostro!
Però dal momento in cui siamo costantemente in relazione col mondo esterno non possiamo pensare di escludere questo dal nostro percorso di crescita!
Credo sia davvero tanto impegnativo sentirsi pienamente autorealizzati senza tener conto di tutto ciò che ci circonda!

Possiamo agganciarci così al concetto di consapevolezza,
Consapevolezza di chi siamo, consapevolezza di ciò che ci circonda, consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni, consapevolezza di come il mondo ci influenza e consapevolezza di come i fenomeni interagiscono tra loro.
Penso che non ci sia cosa più importante di questa.
Viviamo in armonia quando, ogni giorno, compiamo scelte consapevoli su come viviamo, come ci relazioniamo con le persone, come mangiamo, come impieghiamo il nostro tempo ecc ecc..

E’ importante dire che la consapevolezza può essere coltivata, come tutto.
Lo strumento più efficace è la meditazione!
Grazie alla meditazione si possono affinare le nostre capacità mentali; grazie alla meditazione si possono sviluppare le nostre qualità come la generosità, la gratitudine, l’attenzione, la concentrazione, l’amore incondizionato, l’empatia, la compassione, la saggezza, l’equanimità, la chiara visione della realtà ecc ecc..

La meditazione porta alla consapevolezza, la consapevolezza ci fa crescere e crescendo diventiamo esseri umani liberi di prosperare!

Autorealizzazione e intersoggettività

Nei giorni passati riflettevo sul fatto che viviamo in periodo storico strano, fatto principalmente da contraddizioni.
Questo pensiero è nato dal fatto di osservare come siamo tutti iperconnessi: abbiamo i social che ci permettono di sapere cosa fanno i nostri amici, di condividere con gli altri cosa facciamo, grazie ad internet possiamo contattare il nostro amico che sta dall’altra parte del mondo alla stessa velocità di come se fosse seduto al nostro fianco.
E’ una cosa che trovo meravigliosa, eppure percepisco una nota stonata: ci sentiamo sempre più soli, siamo sempre più soli e ci comportiamo sempre più come se fossimo soli.
Mi spiego prendendola un po’ alla larga.
Da un punto di vista superficiale, buona parte dei problemi che abbiamo si può categorizzare come un problema dovuto alla mancanza, o cattiva comunicazione. Si soffre perchè gli altri non capiscono quello che vogliamo dire, si creano conflitti perchè non capiamo cosa realmente le altre persone ci stanno comunicando, ma si soffre anche perchè le varie parti da cui siamo composti comunicano male fra loro creando incomprensioni, conflitti interiori, pensieri limitanti ecc ecc…
Viviamo in un mondo in cui abbiamo tantissimo. Abbiamo tantissimi modi per comunicare, ci scambiamo una quantità infinita di parole.. Ma la QUALITA’?

[Premessa doverosa: in questa sede le parole ego/egoismo verranno usate come sinonimi in un’accezione puramente negativa. Gli aspetti positivi e approfondimenti di ego ed egoismo verranno trattati un’altra volta per non annoiare]

Che cos’è che fa si che noi non riusciamo a comunicare bene? L’EGO.
Pensaci. Quando sei arrabbiato pretendi che l’altra persona capisca esattamente le tue ragioni e le condivida, e solitamente non fai alcuno sforzo per porti diversamente: questo è ego.
Quando un’altra persona è arrabbiata con te, solitamente non fai alcuno sforzo per far sì che quella persona possa esprimere meglio le sue ragioni: questo è ego.
Quando una parte di te vuole a tutti i costi sovrastare le altre, quello è il tuo ego che si manifesta.
L’ego è quella parte di noi che ci fa permanere in uno stato di sofferenza: siamo chiusi e non aperti alla vita, alle relazioni e alle nuove esperienze perchè troppo concentrati su noi stessi.

C’è chi dice: “l’essere umano è per natura egoista”. Non è esattamente così, vediamo da dove arriva questo pensiero.
Senza ad andare a rispolverare le teorie geocentriche del sole che gira attorno alla terra, o l’uomo al centro del mondo, o alla legge del più forte o altre teorie abbondantemente superate; partiamo da un neonato.
Il neonato, un esserino profondamente egoista, che pensa solo a sè stesso e che è attaccato alla mamma solo perchè questa gli dà da mangiare e soddisfa i suoi desideri generando piacere nel piccolo. Buona parte della psicologia ci ha fatto credere questo per un sacco di tempo (fortunatamente le cose stanno cambiando).
E’ veramente così? Da un punto di vista superficiale si, ma andiamo nello specifico.
E’ vero che il neonato è attaccato alla mamma, ma non per una questione di cibo e bisogni. C’è un altro meccanismo alla base che fa sì che l’attaccamento sia una conseguenza, non un istinto innato. Questo meccanismo è un istinto di “sintonizzazione emotiva” con la mamma. Il bambino è naturalmente portato a sintonizzarsi con la mamma, questa cosa si chiama intersoggettività ed è una meravigliosa danza di sguardi, di carezze, di suoni dolci, di coccole e di sorrisi. Studi scientifici dimostrano che ancor prima del cibo, il bambino ha bisogno di RELAZIONI POSITIVE, e se queste non si presentano, il bambino si lascerà morire.
L’intersoggettività crea le condizioni per il manifestarsi dell’attaccamento, ma questo è un altro discorso.
A noi ora ci interessa sapere che siamo naturalmente portati a vivere relazioni positive, è un nostro istinto e un nostro bisogno primario, più forte del cibo, del sonno o altro ancora: abbiamo bisogno sintonizzarci emozionalmente con gli altri, abbiamo bisogno di rendere felici gli altri, abbiamo bisogno di relazionarci con gli altri, abbiamo bisogno di interagire creando un senso condiviso e positivo della realtà. Ne abbiamo bisogno come l’ossigeno.
Poi mentre cresciamo qualcosa va storto e cominciamo a chiuderci in noi stessi (colpa dell’ego).

Immagina l’ego come una casa, la casa dei tuoi sogni: un giardino stupendo, magari con una piscina se la desideri, una casa con l’arredamento che hai sempre desiderato, ricca di ogni confort.
All’interno di questa casa tu stai benissimo, eppure ogni tanto ti tocca uscire. E cosa ti succede quando sei fuori? Desideri che tutto il mondo sia confortevole come casa tua, che tutto il mondo funzioni come casa tua e che tutto il mondo soddisfi i tuoi desideri di felicità come casa tua. Quando sei fuori casa provi una sensazione di disagio e di paura che fai fatica a gestire e provi a fronteggiare queste sensazioni cercando di manipolare il mondo esterno affinché sia simile a casa tua.
Eppure, più cerchi di cambiare il mondo esterno, più ti rendi conto che questo non cambia, e più cerchi di fare le cose a modo tuo e meno ti senti a casa.

Tutti funzioniamo in questo modo e siamo attaccati alla nostra casa immaginaria. Ci sono persone, però, che hanno realizzato che non è cercando di cambiare il mondo esterno secondo i nostri desideri che stiamo meglio, ma stiamo meglio solo quando realizziamo uno stato interiore di pace, serenità e amore. Questa è l’AUTOREALIZZAZIONE!

E a proposito di autorealizzazione, riporto qui delle parole di Mauro Scardovelli, perchè penso che abbia espresso in modo chiaro e semplice la vera essenza dell’autorealizzazione:

“Io mi realizzo veramente e realizzo il mio bene, ma in relazione a che cosa? Al bene degli altri! Co-evolvo insieme al bene degli altri. Non realizzo il mio bene separatamente dagli altri: quella è un’altra fondamentale illusione narcisistica!
Realizzare chi sono: “IO FINALMENTE MI VOGLIO BENE”.. Attenzione! A persone che dicono così bisogna stare lontanissimi, perchè vogliono bene a loro, a sè stessi, escludendo gli altri.
E allora torneremmo a Eraclito quando dice: “La fonte di tutto è una: POLEMOS”, la guerra; perchè ogni ente, per mantenersi, deve difendersi da tutti gli altri. E continua Eraclito: “ogni essere umano addormentato, vive nel proprio mondo”, e quindi che cosa può realizzare? La SUA esigenza, il SUO bene, sottolineando soprattutto SUO, mettendo molto sullo sfondo “bene”, e togliendo del tutto dalla frase il “bene insieme a quello degli altri”, cioè il bene comune.

Sono mille i modi in cui gli esseri umani sanno ingannare sè stessi. Aiutare un essere umano è difficilissimo perchè è diabolicamente preparato a difendersi da ogni forma di aiuto che può ricevere dall’esterno, è diabolicamente preparato a rifiutarlo.
Riprendendo i grandi temi classici, Platone e Aristotele ci dicono: ognuno di noi è un bene e realizzare CHI SIAMO è un bene.. ma per chi? Per noi, per tutti gli altri, per la famiglia, per la città e per la Polis.
Quindi quando io mi realizzo, non sono mai in conflitto con gli altri! Se lo sono, vuol dire che non sto realizzando il mio bene. Attenzione, sto dicendo “non sono in conflitto con l’ANIMA (l’essenza profonda della persona) degli altri”, ma con l’EGO degli altri è diverso: quanto più mi realizzo tanto più sono in conflitto con l’ego degli altri. Ed ecco qui la necessità per alcune persone di sapersi isolare dai contesti dove abitano, perchè sono contesti tossici in cui ci si allea per rimanere stagnanti nei livelli bassi della coscienza.
Quindi l’ego non perdona chi cerca di assecondare l’anima, perchè l’anima e l’ego sono incompatibili.
Nella mistica si dice che l’ego deve essere sciolto, deve morire affinchè l’anima possa vivere.
L’ego va visto come un seme, un passaggio. Il seme muore, ma se il seme vuole continuare a rimanere seme non può diventare un albero. E lo stesso è l’essere umano.

 

La maggioranza di noi è abituata a vedere l’autorealizzazione come un percorso un percorso iper-individuale dal quale il resto del mondo viene escluso; questo è l’ego.
Apriamo il nostro cuore; non possiamo pensare di autorealizzarci separatamente dagli altri. Siamo dei soggetti interconnessi e viviamo in un brodo di intersoggettività.
Facciamo tutti parte dello stesso sistema, siamo come un grande organismo.
Immagina per un attimo che il tuo cuore cominci a fare i suoi comodi pensando: “mah, io oggi mi sento stanco, facciamo che batto un po’ di meno”. Sarebbe un problemino, giusto?
Le cellule del cancro sono cellule egoiste: cominciano a farsi i fatti loro mettendo a rischio l’intera vita dell’organismo.
Oltre al cancro come malattia fisica, quanti cancri abbiamo al giorno d’oggi? Quanti cancri a livello sociale, culturale, politico, ambientale, economico?

Compi scelte di vita consapevoli, porta la consapevolezza in ogni azione quotidiana: come ti relazioni con le persone, come mangi, come impieghi il tuo tempo, come scegli i prodotti che utilizzi, come ti prendi cura di te stesso, come ti comporti, ecc ecc..
Sii consapevole delle tue azioni, sii consapevole del fatto che ogni tuo gesto, anche il più piccolo, ha delle conseguenze; e fa che queste conseguenze siano positive per te stesso, per gli altri e per meraviglioso equilibrio di questo pianeta.

Scelte alimentari (e non solo)

Dopo mille inizi e cancellamenti degli inizi, mi trovo davanti al monitor a non avere scritto ancora mezza riga.
Ho un problema: cercare di rendere chiaro e semplice un argomento piuttosto complesso.

Argomento: scelte alimentari! Tema che in questi ultimi tempi, per qualche strana ed oscura ragione, scatena le più grandi e accese polemiche.

 

Ah, piccolo disclaimer: ciò che scrivo sono pensieri PERSONALI; non sto dicendo che siano giusti/sbagliati/sensati/non sensati. Nel totale rispetto di chi ha una visione diversa dalla mia e dell’INDIVIDUALITA’ di ogni persona , non voglio convincere nessuno, indurre conversioni religiose, NE TANTOMENO ESPRIMERE GIUDIZI MORALI. Le parole che stai per leggere hanno la sola funzione di descrivere (per come riesco) la mia visione delle cose.

 

Chi mi conosce, sa bene che non mangio determinate cose: no carne, no pesce, no latte e derivati, no uova.  Potrei usare l’aggettivo “VEGAN”, ma sono cauta nel farlo: in questo caso potrebbe essere fuorviante e anche molto riduttivo, trovo che l’utilizzo di un’etichetta di questo tipo crei troppi confini, e questo non è il mio scopo, almeno in questo momento.

Ho deciso di scrivere questo post a seguito di parecchie domande sul perchè mangio come mangio!

La risposta più immediata e banale potrebbe essere: perchè sento che va bene così!
Ma cerchiamo di approfondire di più la questione.

E’ circapiùomenoquasi un terzo della mia vita che ho cambiato alimentazione, e il tempo ha fatto sì che io riflettessi su parecchie questioni riguardanti questo argomento.

Torniamo alla domanda iniziale: PERCHE’?
Potrei cominciare ad argomentarti le questioni classiche che un vegano medio racconta ad amici, parenti e conoscenti: questioni etiche, ecologiche, salutistiche o addirittura filogenetiche della specie umana, ma che non sento mie al 100%; o meglio, personalmente le sento come dei corollari a qualcosa di più profondo.

Mi spiego!

A chi non è capitato di compiere delle scelte, anche piuttosto importanti come il percorso di studi da intraprendere, cambiamenti nella propria vita sentimentale, lavorativa o intima e personale, in via non del tutto razionale? Ci sono scelte che secondo me esulano (magari solo superficialmente) da una totale comprensione conscia delle motivazioni sottostanti.
Ci sono scelte parzialmente guidate da una parte razionale, ma il peso maggiore è dato da un sentimento e/o una sensazione di un qualcosa di “giusto”, un qualcosa di più profondo che sfugge ai sistemi logici di ragionamento classico a cui siamo abituati, ma non per questo meno forte, anzi. Oggettivamente (sembra un paradosso), parliamoci chiaro: le nostre scelte sono guidate perlopiù dalle sensazioni!

Ecco, la scelta di non mangiare più animali è stata generata da una serie di sensazioni:
Da una sensazione di “amore per la vita”, dal fatto di riconoscere l’unicità di ogni essere e di rispettare questa unicità quanto più possibile. Una sensazione che probabilmente è nata dal semplicissimo fatto di osservare un essere vivente negli occhi. Lo hai mai fatto? Non un semplice sguardo, parlo di un’osservazione più profonda che necessita di qualche istante in più di quel che sei normalmente abituato.
Da una sensazione di “voler prendermi cura di…”. Prendermi cura della Vita (e quindi delle vite) nel miglior modo possibile e con il mezzo di cui credo di disporre: la scelta consapevole delle mie azioni! Una scelta che non riguarda solo il campo alimentare, ma anche quello cosmetico, l’abbigliamento, ecc ecc fino a toccare sfere più personali come il voler essere coerente alla mia moralità.
In passato mi sono chiesta: che diritto ho di decidere della vita di qualcun altro? Siamo esseri umani, e abbiamo millemiliardi di capacità in più rispetto ad un animale, capacità che personalmente, da essere umano, mi sento in dovere morale di mettere a servizio di un magnifico equilibrio che permea questa vita, seguendo il consiglio di Baden-Powell che ha detto: “Cercate di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto non l’avete trovato”.
Da una sensazione di “ingiustizia” nel togliere una vita a qualcun altro per nutrirmene quando posso tranquillamente farne a meno: mi rendo conto di vivere in un contesto sociale estremamente agiato nel quale ho la possibilità di scegliere cosa, come, quanto e quando mangiare. Ogni giorno faccio tesoro di questa fortuna e scelgo di nutrirmi nel modo in cui sento di creare meno sofferenza possibile.
La sento anche un po’ come una forma di gratitudine nei confronti di quello che vivo.

Tutte queste sensazioni si attengono alla mia personalissima SFERA MORALE, e qui colgo l’occasione per parlare di etica e morale.
Molti vegani dicono di esserlo per ragioni etiche. Sacrosantissime ragioni alle quali anche io spesso e volentieri mi unisco, ma con la consapevolezza che le questioni etiche variano da contesto a contesto, mentre le questioni morali attengono più ad un qualcosa di personale, un qualcosa di più intimo e difficilmente “relativizzabile” (in questa categoria ci metterei dentro le condizioni da lager di molti animali negli allevamenti intensivi). Ci sono realtà in cui ciò che noi (e per “noi” intendo uomo medio occidentale) riteniamo etico, decade completamente perdendo valore.

Un discorso simile può essere fatto per la questione ambientale. Senza dubbio l’impatto ambientale di un allevamento (specie se intensivo) è devastante, più di quanto lo sia un campo di qualsiasi cosa coltivabile, ma secondo me questo gran dilagare di problemi è dovuto un po’ allo stile di vita assurdo a cui siamo abituati: compra, consuma, spreca, compra, consuma, spreca (compra, consuma, crepa-CCCP) e via così in un loop senza fine; questo non solo in ambito alimentare, dove ogni giorno si buttano via tonnellate di cibo, ma da tutte le parti, per ogni cosa: tra tutte le cose che hai, quali sono quelle che realmente ti servono?
Non sono una di quelle persone che va contro ogni forma di allevamento, anzi, seppur non condivida al 100% mi rendo conto che fin da sempre gli animali sono stati allevati dall’uomo, e probabilmente sarà così per ancora taaaaantissimo tempo. Ci sono realtà in cui l’allevamento è la principale fonte di sostentamento (poi mettiamoci dentro anche le tradizioni, gli aspetti culturali, ecc) e va benissimo così.
Ciò che mi fa rabbrividire sono le condizioni degli allevamenti intensivi, dove l’animale perde completamente la sua dignità, diventando simile ad un oggetto come può essere un detersivo per i piatti.
Sono due modi totalmente diversi di trattare gli animali, per nulla paragonabili, quindi mi fermo qui perchè il discorso diventerebbe troppo lungo.

Analogamente c’è la questione salute. Tantissime persone diventano vegane per risolvere disturbi più o meno gravi, avendo esiti sia positivi che negativi. Ecco, forse è proprio il discorso salute quello che suscita più scalpore, probabilmente perchè è quello che ci tocca più da vicino. In questo campo si dice tutto ed il contrario di tutto: ci sono studi scientifici che dicono una cosa, e altri studi che disconfermano quella cosa.
Non ho nè le conoscenze, nè le competenze per potermi esprimere a riguardo, ma posso dire che non ho mai visto una verità assoluta e monolitica.
Credo che la salute sia un argomento piuttosto complesso, difficilmente trattabile con delle sole argomentazioni di tipo alimentare.

Come dicevo all’inizio, tali questioni le prendo con un po’ di relativismo, apertissima al dialogo, ma consapevole che le opinioni sono tante quante le persone nel mondo (e anche io ho le mie, ma anche in questo caso il discorso si dilungherebbe veramente troppo).

 

In conclusione

Mi piacerebbe solo invitarti a riflettere, in questo caso a riflettere su ciò che stai portando alla bocca, che sia di origine animale, vegetale, aliena o altro ancora: che cosa mangi? Che storia ha? Da dove arriva? Quanti km ha percorso (se ne ha percorsi)? Che cosa comporta il fatto di mangiare quella cosa lì? Che vita ha avuto? Ha generato sofferenza? Quante risorse energetiche sono state utilizzate per produrla? Insomma, poi ognuno si può porre le domande del caso.

Siamo esseri estremamente abitudinari: la maggior parte delle cose che facciamo sono guidate da una sorta di “pilota automatico” interno che spesso ci fa agire senza che noi ci poniamo delle domande sul significato e sulle conseguenze delle nostre azioni (il che può essere sia un pregio che un difetto, l’importante è esserne consapevoli).
Questo pilota automatico ha tante madri: contesto sociale, contesto familiare, contesto educativo, fattori personali ecc..
La cosa importante secondo me è che tu rifletta, ma che rifletta veramente, con la TUA testa e non con la testa del tuo vicino di casa, dei tuoi genitori, del tuo guru del momento o di qualche moda. E mi auguro che queste tue riflessioni, qualunque esse siano, siano seguite da delle azioni quanto più coerenti, nel totale rispetto del tuo essere fisico, psicologico e spirituale, della tua integrità morale, del tuo livello di sensibilità, ma anche nel rispetto di ciò che ti circonda e del bellissimo equilibrio di cui tu fai parte.

 

Ti ringrazio se sei arrivato fin qui, e mi scuso per aver toccato in modo superficiale molti argomenti (ma capiscimi, le cose da dire possono essere infinite)!
Se sei interessato a qualche approfondimento scrivimi perchè mi farebbe molto piacere un confronto.
Buona riflessione!

Filosofeggiando sulla consapevolezza

Consapevolezza… Molte persone la definiscono una pratica che comporta l’apprezzamento della pienezza di ciascun istante della nostra esistenza, la messa in discussione della nostra visione del mondo, della posizione che vi occupiamo e un qualcosa che riguarda il mantenimento del contatto con la realtà; altri la definiscono come uno stato nel quale la mente osserva qualcosa senza accettarlo o rifiutarlo, un vedere le cose come realmente sono, senza essere “ofuscati” dai sentimenti, dai giudizi o dall’umore del momento; altri ancora la vedono come una forma di energia che permea tutto l’universo, altri come un risultato di lunghe pratiche meditative. Mille modi diversi di vedere un concetto!

Sicuramente la consapevolezza non è un semplice “essere informati” sulle cose (e per cose intendo sia tutte le “cose” di questo mondo, sia tutte le nostre “cose” interiori), e nemmeno conoscere queste cose, in modo più o meno approfondito, è sinonimo di esserne consapevoli.
La consapevolezza è qualcosa di più “intimo”, un qualcosa di più emozionale che intellettuale, una forma di conoscenza interiorizzata e perfettamente in armonia con il nostro essere. Si diventa consapevoli di qualcosa solo quando se ne fa esperienza diretta e non semplicemente leggendo o studiando argomenti random qua e là.
Il classico esempio del bambino che si scotta con il fuoco calza a pennello: un genitore può avvertire il bimbo in ogni modo di non mettere la mano sul fuoco perchè brucia, ma fino a quando il bimbo non sperimenterà questa cosa non ne sarà pienamente consapevole.
Una volta che si è consapevoli di qualcosa è difficile tornare indietro: la consapevolezza inevitabilmente direziona la nostra vita, le nostre scelte, le nostre azioni, la tipologia dei nostri pensieri, dei nostri valori e il nostro senso dell’etica.

Per me la consapevolezza é un po’ una caratteristica intrinseca dell’essere umano (in alcune persone è più viva e presente, in altre è più sopita), bisogna solo scegliere di utilizzarla e coltivarla (é un po’ come quando si sceglie che scuola fare, che lavoro fare o che direzione dare alla propria vita).. É un tipo di “attenzione” che produce maggior lucidità, chiarezza ed accettazione della realtà in atto; ci permette di trovare (e mantenere, grazie ad una scelta consapevole che rinnoviamo istante per istante) il senso di gratitudine e amore verso tutte le cose della vita (belle o brutte che siano).

Indubbiamente è un punto di arrivo, ed è bello poter fantasticare sul fatto che un giorno si potrà vivere in modo pienamente consapevole.

Armonia

Lowen diceva:

“É solo nella perfetta armonia tra mente, corpo ed emozioni che possiamo raggiungere un senso di integrità morale e personale, di amore per gli altri e di rapporto col divino. Grazie a questo sublime equilibrio é possibile conseguire quello “stato di grazia” tanto difficile da ottenere nella vita odierna”.

Armonia, equilibrio.. Spesso le persone si focalizzano sullo sviluppo di una (o poche) qualità, concentrandosi, per esempio, di più sullo sviluppo fisico e trascurando quello mentale, morale, spirituale ed impegno sociale; o viceversa mettono più energia nello sviluppo mentale trascurando il resto.. A cosa serve avere un bel corpo se poi non sappiamo pensare, riflettere sul significato delle nostre azioni, delle nostre scelte? E a cosa serve avere un bel cervello se poi non abbiamo un corpo che ci sostiene? C’é una profonda verità nelle parole di Lowen: siamo degli esseri complessi, ed il fatto di non prendersi cura di ogni nostro aspetto é una mancanza di rispetto dei confronti di noi stessi e della meravigliosità della vita, oltre al fatto di non permetterci uno sviluppo sano e completo in questo mondo!