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GUARDARE LONTANO PER STARE BENE

Potrebbe essere una frase valida in ogni ambito della vita. Ci avete mai pensato?

Quante volte ci è capitato di sentirci afflitti per dei problemi che credevamo insormontabili, ma poi, guardandoli più da lontano (o guardando proprio oltre), ci siamo sentiti sollevati?

Stessa cosa vale per ogni “inizio”: quando iniziamo un nuovo lavoro, un nuovo percorso di studi o una nuova esperienza, spesso ci sentiamo presi dall’ansia se ci fermiamo a guardare le cose sul breve termine: dobbiamo guardare lontano, dobbiamo guardare la meta per riuscire ad avere la forza e la motivazione di muovere i primi passi.

Da 1 anno a questa parte sto spostando tutte le mie energie lavorative sulla fotografia, ma fotografo da tantissimi anni.

Sono una fotografa e solo ieri, dopo l’evento “Incontriamo l’oculista” della Fondazione Salmoiraghi & Viganò, ho riflettuto su quanto fosse importante per me l’atto di guardare.

PS: Ho partecipato al secondo di un ciclo di incontri che durano per tutto il mese di ottobre. Puoi trovare maggiori informazioni sul mio precedente articolo e puoi iscriverti ai restanti eventi al seguente link

Ci sono tante, tantissime piccole cose quotidiane che diamo per scontate perchè le viviamo ogni giorno con il pilota automatico senza porci l’attenzione. Sono quelle cose che rendono bella la nostra vita: la possibilità di muoverci liberamente, la possibilità di assaporare cibi che ci piacciono, la possibilità di ascoltare parole e suoni senza impedimenti.. e la possibilità di guardare in modo vivido e consapevole tutto quello che ci circonda.

Buona parte della qualità del mio lavoro si basa su come io riesco a guardare gli oggetti, le persone, e ciò che le circonda. Posso dire che la vista è uno dei 5 sensi più importanti, almeno per me (insomma potrei fare ugualmente foto belle anche se non sentissi i sapori dei cibi… o forse farei foto più tristi, chissà).

Mi sono sentita veramente grata di godere di un’ottima vista dopo aver riflettuto per qualche istante su come sarebbe la mia vita se non ci vedessi bene! 

Dopo aver partecipato all’evento mi sono resa conto che, inconsapevolmente, ho sempre messo in atto tecniche di “igiene visiva” che hanno contribuito alla mia ottima vista.

Partecipare all’incontro della Fondazione Salmoiraghi e Viganò è stata un’esperienza interessante e stimolante. Gli ospiti erano il prof. Giovanni Alessio, Medico Oculista, Direttore del reparto di Oftalmologia del Policlinico di Bari, il Prof. Francesco Boscia, Medico Oculista, Professore Ordinario malattie dell’apparato visivo Università di Bari e la Dott.ssa Maria Carmela Costa, Medico Oculista, Responsabile del centro di ipovisione e riabilitazione visiva dell’Ospedale Vito Fazzi di Lecce.

Dico stimolante perchè con un linguaggio estremamente semplice e accessibile a chiunque, si sono affrontati i temi complessi come quello dei disturbi visivi e della loro prevenzione.

Un breve riassunto

Per prima cosa si è parlato di come viene svolta un’anamnesi oculistica, quali sono gli esami diagnostici principali, quali sono i deficit visivi più comuni che però non vengono corretti, quali sono le malattie principali che possono essere prevenute con delle semplici visite oculistiche, come è fatto l’occhio soffermandosi poi su come è fatta la cornea e dei principali disturbi a carico di questa parte dell’occhio, si è parlato di affaticamento visivo e di come alleviarlo, si è parlato di igiene visiva e infine dell’importanza dell’utilizzo di lenti idonee ai propri bisogni qualora ci fosse la necessità.

Cosa mi ha colpita maggiormente

Prima cosa interessante – una valutazione sistemica

Anche in ambito oculistico si tende ad avere sempre più un approccio biopsicosociale. Che vuol dire? In parole semplici: si considera un malfunzionamento biologico (aka “malattia” – che sia dello stomaco, della testa, del cuore, dei polmoni o in questo caso degli occhi), non solo come uno sterile malfunzionamento, ma viene contestualizzato in una situazione più ampia che tiene conto di come questo impatti sulla psiche dell’individuo e sul contesto sociale in cui si trova (e quindi sulla qualità della vita in generale). 

Sembra una banalità, ma fino a non molti anni fa non lo era! Probabilmente è anche per questo motivo che sempre più figure professionali hanno iniziato a parlare di prevenzione!

Seconda cosa interessante – la regola del 20 20 2

Qui si parla di igiene visiva, probabilmente la miglior forma di prevenzione per tanti disturbi come la miopia, l’affaticamento visivo e la secchezza oculare.

È una cosa semplicissima: dopo ogni 20 minuti di lavoro al pc/tablet/smartphone/quaderno/libro, si prendono 20 secondi di pausa nei quali si guarda qualche oggetto molto distante da noi. Il 2 sta per 2 ore consigliate all’aperto dove lo sguardo può spaziare “verso l’infinito e oltre” (e insieme a lui magari anche i pensieri e la fantasia).

È il consiglio che mi ha colpita maggiormente, tanto da influenzare il titolo di questo post.

Ti racconto una cosa: la maggior parte della vita l’ho trascorsa in una piccola città in provincia di Torino dove quello che l’occhio vede maggiormente è ciò che stai vedendo nella foto in cima a questo post. Qualche anno fa, per motivi universitari, mi sono trasferita a Torino. Di quel periodo ho dei bei ricordi, ma anche una sensazione spiacevole (l’unica) che mi ha accompagnata per tutta la durata del tempo: quello che i miei occhi vedevano era tutto molto vicino! Quando uscivo la cosa più lontana che riuscivo a vedere era il palazzo di fronte a me che, se andava bene, si trovava ad una quindicina di metri. Un po’ un trauma per una persona abituata a vedere l’orizzonte che si perde.
Probabilmente una persona nata e cresciuta in una grande città nemmeno ci fa caso, e nemmeno può pensare che una cosa del genere crei disagio ad un essere umano.

Però un pochino di disagio alla vista lo crea: evolutivamente parlando non siamo nati per fissare per tante ore di fila schermi o oggetti piccoli davanti a noi. Questo stile di vita è molto recente su scala temporale e probabilmente i nostri occhi non si sono ancora adattati a questa cosa: siamo nati per guardare lontano, per una questione di sopravvivenza (e ai giorni nostri per una questione di salute).

Ma ritorniamo on point.

Cosa può fare un oculista per te

Beh, se hai dei disturbi può far sì che questi non peggiorino, può migliorarli o può darti dei consigli in modo tale che questi disturbi non ti creino grossi disagi nella vita quotidiana (della serie “se non puoi curarlo, puoi gestirlo”).

Se non hai dei disturbi è semplice: l’oculista ti può consigliare come mantenere in salute i tuoi occhi, controllare che sia tutto a posto e magari trovare sul nascere dei disturbi che sono facilmente gestibili.

Ti ricordo di visitare il sito della Fondazione Salmoiraghi e Viganò al seguente indirizzo: www.fondazionesalmoiraghievigano.it

E ti ricordo il link per iscriverti ai restanti eventi.

DALL’OCULISTA CI VAI ANCHE PER PREVENIRE

Si, lo so, non ci avevi mai riflettuto (e nemmeno io fino a poco fa), ma dall’oculista ci puoi andare anche per prevenire i disturbi della vista, non solo per curarli. 

Non ci avevo mai pensato nemmeno io, per questo mi ha subito colpita questa iniziativa della Fondazione Salmoiraghi & Viganò. 

Di cosa si tratta? 

La Fondazione Salmoiraghi & Viganò, con il patrocinio della Società Oftalmologica Italiana (SOI), durante il mese di ottobre promuove una serie di incontri digitali dedicati alla prevenzione visiva. 

Nello specifico, “Incontriamo l’oculista” è un’iniziativa volta a sensibilizzare in tema di prevenzione e corretta informazione noi “comuni mortali” che, a meno che non abbiamo una storia pregressa di malattie visive in famiglia, di prevenzione sotto questo punto di vista ci interessiamo ben poco. 

Lo sapevi che più dell’80% dei deficit visivi può essere prevenuto? 

Onestamente io no. E sono una che la parola “prevenzione” la usa quotidianamente e più volte al giorno: è un tema che mi sta molto a cuore, tanto da farlo diventare il focus della mia tesi per il master in psicologia dello sport (ma qui sto divagando, magari te ne parlerò più avanti). 

Torniamo agli incontri, quando e dove saranno? 

Iniziamo dal DOVE

Si svolgeranno tra le città di Roma, Bari, Padova e Milano. Ma nessun problema: sono aperti a tutti e si potranno seguire in streaming. 

Ti dovrai semplicemente iscrivere al seguente LINK

Arriviamo al QUANDO: 

– 8 ottobre, tema: prevenzione adulto e bambino 

– 9 ottobre, tema: prevenzione adulto con focus sulle malattie corneali 

– 16 ottobre, tema: prevenzione del bambino 

– 23 ottobre, tema: prevenzione del glaucoma 

– 30 ottobre, tema: le malattie retiniche 

Durante gli incontri si potranno ascoltare i consigli e i confronti tra alcuni dei più autorevoli Specialisti italiani del settore “vista”, e in aggiunta ci saranno giornalisti e blogger (tra cui la sottoscritta), con lo scopo di unire la voce degli esperti con il mondo dei cittadini, porgendo ai medici delle domande e generando un dibattito costruttivo volto a creare nuove conoscenze.

Io sarò presente il 9 ottobre e in questi giorni sto raccogliendo tutte le vostre domande da porre ai medici, quindi ti invito a contattarmi se hai dei dubbi, perplessità, incertezze o curiosità. 

Sarò felice di metterle insieme e non appena avrò le risposte condividerle! 

Nel frattempo ti invito a visitare il sito della Fondazione Salmoiraghi & Viganò al seguente indirizzo: www.fondazionesalmoiraghievigano.it

E ricordati di iscriverti per partecipare all’evento 

Autorealizzazione e intersoggettività

Nei giorni passati riflettevo sul fatto che viviamo in periodo storico strano, fatto principalmente da contraddizioni.
Questo pensiero è nato dal fatto di osservare come siamo tutti iperconnessi: abbiamo i social che ci permettono di sapere cosa fanno i nostri amici, di condividere con gli altri cosa facciamo, grazie ad internet possiamo contattare il nostro amico che sta dall’altra parte del mondo alla stessa velocità di come se fosse seduto al nostro fianco.
E’ una cosa che trovo meravigliosa, eppure percepisco una nota stonata: ci sentiamo sempre più soli, siamo sempre più soli e ci comportiamo sempre più come se fossimo soli.
Mi spiego prendendola un po’ alla larga.
Da un punto di vista superficiale, buona parte dei problemi che abbiamo si può categorizzare come un problema dovuto alla mancanza, o cattiva comunicazione. Si soffre perchè gli altri non capiscono quello che vogliamo dire, si creano conflitti perchè non capiamo cosa realmente le altre persone ci stanno comunicando, ma si soffre anche perchè le varie parti da cui siamo composti comunicano male fra loro creando incomprensioni, conflitti interiori, pensieri limitanti ecc ecc…
Viviamo in un mondo in cui abbiamo tantissimo. Abbiamo tantissimi modi per comunicare, ci scambiamo una quantità infinita di parole.. Ma la QUALITA’?

[Premessa doverosa: in questa sede le parole ego/egoismo verranno usate come sinonimi in un’accezione puramente negativa. Gli aspetti positivi e approfondimenti di ego ed egoismo verranno trattati un’altra volta per non annoiare]

Che cos’è che fa si che noi non riusciamo a comunicare bene? L’EGO.
Pensaci. Quando sei arrabbiato pretendi che l’altra persona capisca esattamente le tue ragioni e le condivida, e solitamente non fai alcuno sforzo per porti diversamente: questo è ego.
Quando un’altra persona è arrabbiata con te, solitamente non fai alcuno sforzo per far sì che quella persona possa esprimere meglio le sue ragioni: questo è ego.
Quando una parte di te vuole a tutti i costi sovrastare le altre, quello è il tuo ego che si manifesta.
L’ego è quella parte di noi che ci fa permanere in uno stato di sofferenza: siamo chiusi e non aperti alla vita, alle relazioni e alle nuove esperienze perchè troppo concentrati su noi stessi.

C’è chi dice: “l’essere umano è per natura egoista”. Non è esattamente così, vediamo da dove arriva questo pensiero.
Senza ad andare a rispolverare le teorie geocentriche del sole che gira attorno alla terra, o l’uomo al centro del mondo, o alla legge del più forte o altre teorie abbondantemente superate; partiamo da un neonato.
Il neonato, un esserino profondamente egoista, che pensa solo a sè stesso e che è attaccato alla mamma solo perchè questa gli dà da mangiare e soddisfa i suoi desideri generando piacere nel piccolo. Buona parte della psicologia ci ha fatto credere questo per un sacco di tempo (fortunatamente le cose stanno cambiando).
E’ veramente così? Da un punto di vista superficiale si, ma andiamo nello specifico.
E’ vero che il neonato è attaccato alla mamma, ma non per una questione di cibo e bisogni. C’è un altro meccanismo alla base che fa sì che l’attaccamento sia una conseguenza, non un istinto innato. Questo meccanismo è un istinto di “sintonizzazione emotiva” con la mamma. Il bambino è naturalmente portato a sintonizzarsi con la mamma, questa cosa si chiama intersoggettività ed è una meravigliosa danza di sguardi, di carezze, di suoni dolci, di coccole e di sorrisi. Studi scientifici dimostrano che ancor prima del cibo, il bambino ha bisogno di RELAZIONI POSITIVE, e se queste non si presentano, il bambino si lascerà morire.
L’intersoggettività crea le condizioni per il manifestarsi dell’attaccamento, ma questo è un altro discorso.
A noi ora ci interessa sapere che siamo naturalmente portati a vivere relazioni positive, è un nostro istinto e un nostro bisogno primario, più forte del cibo, del sonno o altro ancora: abbiamo bisogno sintonizzarci emozionalmente con gli altri, abbiamo bisogno di rendere felici gli altri, abbiamo bisogno di relazionarci con gli altri, abbiamo bisogno di interagire creando un senso condiviso e positivo della realtà. Ne abbiamo bisogno come l’ossigeno.
Poi mentre cresciamo qualcosa va storto e cominciamo a chiuderci in noi stessi (colpa dell’ego).

Immagina l’ego come una casa, la casa dei tuoi sogni: un giardino stupendo, magari con una piscina se la desideri, una casa con l’arredamento che hai sempre desiderato, ricca di ogni confort.
All’interno di questa casa tu stai benissimo, eppure ogni tanto ti tocca uscire. E cosa ti succede quando sei fuori? Desideri che tutto il mondo sia confortevole come casa tua, che tutto il mondo funzioni come casa tua e che tutto il mondo soddisfi i tuoi desideri di felicità come casa tua. Quando sei fuori casa provi una sensazione di disagio e di paura che fai fatica a gestire e provi a fronteggiare queste sensazioni cercando di manipolare il mondo esterno affinché sia simile a casa tua.
Eppure, più cerchi di cambiare il mondo esterno, più ti rendi conto che questo non cambia, e più cerchi di fare le cose a modo tuo e meno ti senti a casa.

Tutti funzioniamo in questo modo e siamo attaccati alla nostra casa immaginaria. Ci sono persone, però, che hanno realizzato che non è cercando di cambiare il mondo esterno secondo i nostri desideri che stiamo meglio, ma stiamo meglio solo quando realizziamo uno stato interiore di pace, serenità e amore. Questa è l’AUTOREALIZZAZIONE!

E a proposito di autorealizzazione, riporto qui delle parole di Mauro Scardovelli, perchè penso che abbia espresso in modo chiaro e semplice la vera essenza dell’autorealizzazione:

“Io mi realizzo veramente e realizzo il mio bene, ma in relazione a che cosa? Al bene degli altri! Co-evolvo insieme al bene degli altri. Non realizzo il mio bene separatamente dagli altri: quella è un’altra fondamentale illusione narcisistica!
Realizzare chi sono: “IO FINALMENTE MI VOGLIO BENE”.. Attenzione! A persone che dicono così bisogna stare lontanissimi, perchè vogliono bene a loro, a sè stessi, escludendo gli altri.
E allora torneremmo a Eraclito quando dice: “La fonte di tutto è una: POLEMOS”, la guerra; perchè ogni ente, per mantenersi, deve difendersi da tutti gli altri. E continua Eraclito: “ogni essere umano addormentato, vive nel proprio mondo”, e quindi che cosa può realizzare? La SUA esigenza, il SUO bene, sottolineando soprattutto SUO, mettendo molto sullo sfondo “bene”, e togliendo del tutto dalla frase il “bene insieme a quello degli altri”, cioè il bene comune.

Sono mille i modi in cui gli esseri umani sanno ingannare sè stessi. Aiutare un essere umano è difficilissimo perchè è diabolicamente preparato a difendersi da ogni forma di aiuto che può ricevere dall’esterno, è diabolicamente preparato a rifiutarlo.
Riprendendo i grandi temi classici, Platone e Aristotele ci dicono: ognuno di noi è un bene e realizzare CHI SIAMO è un bene.. ma per chi? Per noi, per tutti gli altri, per la famiglia, per la città e per la Polis.
Quindi quando io mi realizzo, non sono mai in conflitto con gli altri! Se lo sono, vuol dire che non sto realizzando il mio bene. Attenzione, sto dicendo “non sono in conflitto con l’ANIMA (l’essenza profonda della persona) degli altri”, ma con l’EGO degli altri è diverso: quanto più mi realizzo tanto più sono in conflitto con l’ego degli altri. Ed ecco qui la necessità per alcune persone di sapersi isolare dai contesti dove abitano, perchè sono contesti tossici in cui ci si allea per rimanere stagnanti nei livelli bassi della coscienza.
Quindi l’ego non perdona chi cerca di assecondare l’anima, perchè l’anima e l’ego sono incompatibili.
Nella mistica si dice che l’ego deve essere sciolto, deve morire affinchè l’anima possa vivere.
L’ego va visto come un seme, un passaggio. Il seme muore, ma se il seme vuole continuare a rimanere seme non può diventare un albero. E lo stesso è l’essere umano.

 

La maggioranza di noi è abituata a vedere l’autorealizzazione come un percorso un percorso iper-individuale dal quale il resto del mondo viene escluso; questo è l’ego.
Apriamo il nostro cuore; non possiamo pensare di autorealizzarci separatamente dagli altri. Siamo dei soggetti interconnessi e viviamo in un brodo di intersoggettività.
Facciamo tutti parte dello stesso sistema, siamo come un grande organismo.
Immagina per un attimo che il tuo cuore cominci a fare i suoi comodi pensando: “mah, io oggi mi sento stanco, facciamo che batto un po’ di meno”. Sarebbe un problemino, giusto?
Le cellule del cancro sono cellule egoiste: cominciano a farsi i fatti loro mettendo a rischio l’intera vita dell’organismo.
Oltre al cancro come malattia fisica, quanti cancri abbiamo al giorno d’oggi? Quanti cancri a livello sociale, culturale, politico, ambientale, economico?

Compi scelte di vita consapevoli, porta la consapevolezza in ogni azione quotidiana: come ti relazioni con le persone, come mangi, come impieghi il tuo tempo, come scegli i prodotti che utilizzi, come ti prendi cura di te stesso, come ti comporti, ecc ecc..
Sii consapevole delle tue azioni, sii consapevole del fatto che ogni tuo gesto, anche il più piccolo, ha delle conseguenze; e fa che queste conseguenze siano positive per te stesso, per gli altri e per meraviglioso equilibrio di questo pianeta.

Scelte alimentari (e non solo)

Dopo mille inizi e cancellamenti degli inizi, mi trovo davanti al monitor a non avere scritto ancora mezza riga.
Ho un problema: cercare di rendere chiaro e semplice un argomento piuttosto complesso.

Argomento: scelte alimentari! Tema che in questi ultimi tempi, per qualche strana ed oscura ragione, scatena le più grandi e accese polemiche.

 

Ah, piccolo disclaimer: ciò che scrivo sono pensieri PERSONALI; non sto dicendo che siano giusti/sbagliati/sensati/non sensati. Nel totale rispetto di chi ha una visione diversa dalla mia e dell’INDIVIDUALITA’ di ogni persona , non voglio convincere nessuno, indurre conversioni religiose, NE TANTOMENO ESPRIMERE GIUDIZI MORALI. Le parole che stai per leggere hanno la sola funzione di descrivere (per come riesco) la mia visione delle cose.

 

Chi mi conosce, sa bene che non mangio determinate cose: no carne, no pesce, no latte e derivati, no uova.  Potrei usare l’aggettivo “VEGAN”, ma sono cauta nel farlo: in questo caso potrebbe essere fuorviante e anche molto riduttivo, trovo che l’utilizzo di un’etichetta di questo tipo crei troppi confini, e questo non è il mio scopo, almeno in questo momento.

Ho deciso di scrivere questo post a seguito di parecchie domande sul perchè mangio come mangio!

La risposta più immediata e banale potrebbe essere: perchè sento che va bene così!
Ma cerchiamo di approfondire di più la questione.

E’ circapiùomenoquasi un terzo della mia vita che ho cambiato alimentazione, e il tempo ha fatto sì che io riflettessi su parecchie questioni riguardanti questo argomento.

Torniamo alla domanda iniziale: PERCHE’?
Potrei cominciare ad argomentarti le questioni classiche che un vegano medio racconta ad amici, parenti e conoscenti: questioni etiche, ecologiche, salutistiche o addirittura filogenetiche della specie umana, ma che non sento mie al 100%; o meglio, personalmente le sento come dei corollari a qualcosa di più profondo.

Mi spiego!

A chi non è capitato di compiere delle scelte, anche piuttosto importanti come il percorso di studi da intraprendere, cambiamenti nella propria vita sentimentale, lavorativa o intima e personale, in via non del tutto razionale? Ci sono scelte che secondo me esulano (magari solo superficialmente) da una totale comprensione conscia delle motivazioni sottostanti.
Ci sono scelte parzialmente guidate da una parte razionale, ma il peso maggiore è dato da un sentimento e/o una sensazione di un qualcosa di “giusto”, un qualcosa di più profondo che sfugge ai sistemi logici di ragionamento classico a cui siamo abituati, ma non per questo meno forte, anzi. Oggettivamente (sembra un paradosso), parliamoci chiaro: le nostre scelte sono guidate perlopiù dalle sensazioni!

Ecco, la scelta di non mangiare più animali è stata generata da una serie di sensazioni:
Da una sensazione di “amore per la vita”, dal fatto di riconoscere l’unicità di ogni essere e di rispettare questa unicità quanto più possibile. Una sensazione che probabilmente è nata dal semplicissimo fatto di osservare un essere vivente negli occhi. Lo hai mai fatto? Non un semplice sguardo, parlo di un’osservazione più profonda che necessita di qualche istante in più di quel che sei normalmente abituato.
Da una sensazione di “voler prendermi cura di…”. Prendermi cura della Vita (e quindi delle vite) nel miglior modo possibile e con il mezzo di cui credo di disporre: la scelta consapevole delle mie azioni! Una scelta che non riguarda solo il campo alimentare, ma anche quello cosmetico, l’abbigliamento, ecc ecc fino a toccare sfere più personali come il voler essere coerente alla mia moralità.
In passato mi sono chiesta: che diritto ho di decidere della vita di qualcun altro? Siamo esseri umani, e abbiamo millemiliardi di capacità in più rispetto ad un animale, capacità che personalmente, da essere umano, mi sento in dovere morale di mettere a servizio di un magnifico equilibrio che permea questa vita, seguendo il consiglio di Baden-Powell che ha detto: “Cercate di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto non l’avete trovato”.
Da una sensazione di “ingiustizia” nel togliere una vita a qualcun altro per nutrirmene quando posso tranquillamente farne a meno: mi rendo conto di vivere in un contesto sociale estremamente agiato nel quale ho la possibilità di scegliere cosa, come, quanto e quando mangiare. Ogni giorno faccio tesoro di questa fortuna e scelgo di nutrirmi nel modo in cui sento di creare meno sofferenza possibile.
La sento anche un po’ come una forma di gratitudine nei confronti di quello che vivo.

Tutte queste sensazioni si attengono alla mia personalissima SFERA MORALE, e qui colgo l’occasione per parlare di etica e morale.
Molti vegani dicono di esserlo per ragioni etiche. Sacrosantissime ragioni alle quali anche io spesso e volentieri mi unisco, ma con la consapevolezza che le questioni etiche variano da contesto a contesto, mentre le questioni morali attengono più ad un qualcosa di personale, un qualcosa di più intimo e difficilmente “relativizzabile” (in questa categoria ci metterei dentro le condizioni da lager di molti animali negli allevamenti intensivi). Ci sono realtà in cui ciò che noi (e per “noi” intendo uomo medio occidentale) riteniamo etico, decade completamente perdendo valore.

Un discorso simile può essere fatto per la questione ambientale. Senza dubbio l’impatto ambientale di un allevamento (specie se intensivo) è devastante, più di quanto lo sia un campo di qualsiasi cosa coltivabile, ma secondo me questo gran dilagare di problemi è dovuto un po’ allo stile di vita assurdo a cui siamo abituati: compra, consuma, spreca, compra, consuma, spreca (compra, consuma, crepa-CCCP) e via così in un loop senza fine; questo non solo in ambito alimentare, dove ogni giorno si buttano via tonnellate di cibo, ma da tutte le parti, per ogni cosa: tra tutte le cose che hai, quali sono quelle che realmente ti servono?
Non sono una di quelle persone che va contro ogni forma di allevamento, anzi, seppur non condivida al 100% mi rendo conto che fin da sempre gli animali sono stati allevati dall’uomo, e probabilmente sarà così per ancora taaaaantissimo tempo. Ci sono realtà in cui l’allevamento è la principale fonte di sostentamento (poi mettiamoci dentro anche le tradizioni, gli aspetti culturali, ecc) e va benissimo così.
Ciò che mi fa rabbrividire sono le condizioni degli allevamenti intensivi, dove l’animale perde completamente la sua dignità, diventando simile ad un oggetto come può essere un detersivo per i piatti.
Sono due modi totalmente diversi di trattare gli animali, per nulla paragonabili, quindi mi fermo qui perchè il discorso diventerebbe troppo lungo.

Analogamente c’è la questione salute. Tantissime persone diventano vegane per risolvere disturbi più o meno gravi, avendo esiti sia positivi che negativi. Ecco, forse è proprio il discorso salute quello che suscita più scalpore, probabilmente perchè è quello che ci tocca più da vicino. In questo campo si dice tutto ed il contrario di tutto: ci sono studi scientifici che dicono una cosa, e altri studi che disconfermano quella cosa.
Non ho nè le conoscenze, nè le competenze per potermi esprimere a riguardo, ma posso dire che non ho mai visto una verità assoluta e monolitica.
Credo che la salute sia un argomento piuttosto complesso, difficilmente trattabile con delle sole argomentazioni di tipo alimentare.

Come dicevo all’inizio, tali questioni le prendo con un po’ di relativismo, apertissima al dialogo, ma consapevole che le opinioni sono tante quante le persone nel mondo (e anche io ho le mie, ma anche in questo caso il discorso si dilungherebbe veramente troppo).

 

In conclusione

Mi piacerebbe solo invitarti a riflettere, in questo caso a riflettere su ciò che stai portando alla bocca, che sia di origine animale, vegetale, aliena o altro ancora: che cosa mangi? Che storia ha? Da dove arriva? Quanti km ha percorso (se ne ha percorsi)? Che cosa comporta il fatto di mangiare quella cosa lì? Che vita ha avuto? Ha generato sofferenza? Quante risorse energetiche sono state utilizzate per produrla? Insomma, poi ognuno si può porre le domande del caso.

Siamo esseri estremamente abitudinari: la maggior parte delle cose che facciamo sono guidate da una sorta di “pilota automatico” interno che spesso ci fa agire senza che noi ci poniamo delle domande sul significato e sulle conseguenze delle nostre azioni (il che può essere sia un pregio che un difetto, l’importante è esserne consapevoli).
Questo pilota automatico ha tante madri: contesto sociale, contesto familiare, contesto educativo, fattori personali ecc..
La cosa importante secondo me è che tu rifletta, ma che rifletta veramente, con la TUA testa e non con la testa del tuo vicino di casa, dei tuoi genitori, del tuo guru del momento o di qualche moda. E mi auguro che queste tue riflessioni, qualunque esse siano, siano seguite da delle azioni quanto più coerenti, nel totale rispetto del tuo essere fisico, psicologico e spirituale, della tua integrità morale, del tuo livello di sensibilità, ma anche nel rispetto di ciò che ti circonda e del bellissimo equilibrio di cui tu fai parte.

 

Ti ringrazio se sei arrivato fin qui, e mi scuso per aver toccato in modo superficiale molti argomenti (ma capiscimi, le cose da dire possono essere infinite)!
Se sei interessato a qualche approfondimento scrivimi perchè mi farebbe molto piacere un confronto.
Buona riflessione!